Pubblicato da: miclischi | 25 marzo 2014

Murakami Haruki racconta se stesso raccontando il jazz

L'edizione italiana

L’edizione italiana (2013)

Può sembrar strano approcciare questo monumentale autore giapponese, Murakami Haruki, partendo da un non-romanzo. Ma non c’è bisogno di giustificazioni quando si tratta di avvicinarsi a un grande autore, né, tanto meno, per accostarsi alla lettura di un gran libro. Spiega l’autore, nella postfazione al libro Ritratti in jazz, che lo stimolo a scrivere sui suoi autori e interpreti di jazz preferiti scaturì dalla visione dei ritratti dell’artista Wada Makoto. Ecco quindi questo libro fatto a schede. Per ogni musicista (sono 55 in tutto), un album. Una paginetta e mezzo, massimo due di testo, un ritratto fatto da Wada Makoto, una scheda bio-musigrafica, e la copertina del disco.

Un libro sul jazz? Certo, ma se si pensa di trovare una specie di compendio enciclopedico, si è proprio fuori strada. Un libro in cui Murakami racconta la sua intima visione di questo o quel musicista? Solo in parte. Un esempio fra tutti: nella scheda dedicata a Eric Dolphy, l’autore parla quasi esclusivamente dell’immagine di copertina (alla Dalì) dell’album Out There.

L’accento prevalente, in questi micro-racconti, è quello evocativo. In che modo un autore, un interprete, o un singolo album hanno lasciato il segno nella vita dell’autore? Spessissimo vengono raccontati i momenti precisi in cui fu conosciuto un disco, che lavoro faceva l’autore in quel periodo, quali persone frequentava, dove si trovava. I musicisti jazz sembrano quasi un pretesto per ricordare e scavare nella propria esistenza. E l’intento narrativo punta deciso al convincere il lettore dell’importanza della musica nella scansione della vita.

Durante il secondo anno di università, lavoravo part time presso un modesto ristorante nel quartiere Kabukicho, a Shinjuku, dove facevo il turno di notte. (…) Vicino al ristorante c’era un piccolo jazz bar che si chiamava Pitecantropus Erectus…

Chet Baker visto da Wada Makoto

Chet Baker visto da Wada Makoto

Parla dei musicisti, Murakami, certo, e dei loro dischi. Ma il suo approccio anti-didascalico mette quelle note, quei volti, quelle sensazioni musicali sullo sfondo del proprio intimo e assoluto approccio alla musica, alla vita.

Si leggono queste pagine placide e tranquille pensando all’iconografia giapponese cui ci hanno abituato tante opere d’arte, tanti film. Case con pareti scorrevoli, giardini essenziali, atmosfere quasi sospese, movenze, gesti e atteggiamenti quasi al rallentatore. Tutto questo, immerso in un flusso continuo di note che sorvolano o penetrano gli ambienti, le menti, le memorie.

Come nell’assolo di Cannonball Adderley in The Song My Lady Sings:trapela dai margini di questa musica qualcosa di umano e quasi commovente. Qualcosa di quieto, ma fresco e succoso.

Si legge in trasparenza, capitolo dopo capitolo, anche un’immagine complessiva della musica jazz e della sua storia, di cui Murakami è davvero un conoscitore enciclopedico (Non ho tutti i dischi dei Peterson, ma anche così ne possiedo comunque più di cinquanta).

Così, nella scheda su Bobby Timmons, fornisce questo quadro d’insieme: Ci sono musicisti che hanno una vita professionale lunga e felice – ad esempio Duke Ellington o Louis Armstrong -, ed è qualcosa che ci riempie di gioia. Però nel mondo instabile del jazz, dove il lavoro è durissimo, tali esempi sono rari. E’ più frequente che la loro musica brilli per un breve periodo nel corso di una vita piena di difficoltà. Così l’incerto e fuggitivo bagliore di tante stelle cadenti si mescola alla luce di qualche stella fissa, questo è l’affascinante scenario che emerge dal mondo del jazz.

Ci sono poi innumerevoli incursioni nelle caratteristiche di questo o quello strumento, o sezione di una band, o timbro di voce. Nel capitolo su Art Pepper, per esempio: In quello strumento che è il sax alto, si sente l’ombra di un certo genere di frustrazione. 

Insomma una lettura molto appagante. Infiniti ribedoli spaziano dalla storia, al cinema (Murakami riserva parole molto affettuose a The Blues Brothers  di John Landis), a tratti noti e meno noti delle vite dei musicisti. Il tutto sotto l’ala protettrice del continuum della vita dell’autore che scorre, costantemente accompagnata da una colonna sonora inestinguibile. Uno stimolo a esplorare musicisti non conosciuti, oppure a riascoltare questa o quella versione di un brano conosciuto. Non disponendo della discoteca sterminata dell’autore, si può comunque dilettarsi a scuriosare su Youtube, e si trova quasi tutto.

Un libro che viene voglia di tenere a portata di mano, per poterlo risfogliare spesso, per godersi la cristallina musicalità della prosa di Murakami, tradotta molto efficacemente da Antonietta Pastore.

Quando sentii per la prima volta Billie Holiday, ero ancora molto giovane. Provai una certa emozione, quel giorno, ma solo anni dopo capii che meravigliosa cantante fosse. Il che significa che invecchiare ha degli aspetti bellissimi.

Wada Makoto: Ella Fitzgerald

Wada Makoto: Ella Fitzgerald

Murakami Haruki, Wada Makoto: Ritratti in Jazz. Traduzione di Antonietta Pastore. Einaudi, collana Frontiere, 2013. 248 pagine, 19,50 Euro.

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Responses

  1. Di Murakami ho letto nell’ ordine:

    A sud del confine, a ovest del sole
    Dance dance dance
    La ragazza dello Sputnik
    L’ uccello che girava le viti del mondo

    Sono state tutte e 4 delle bellissime esperienze, dei veri e propri viaggi all’ interno di un libro unico, di un mondo sconosciuto, di una mente geniale.
    E, come sempre succede alla fine di un bel viaggio, si é soddisfatti di come é andato, ma si é anche tristi, perché avremmo voluto prolungarlo per sempre.
    Visto che abbiamo dei gusti letterari in comune, spero che questo mio post ti dia degli spunti per le tue letture future: http://wwayne.wordpress.com/2013/04/27/la-fine-di-un-era/. : )

  2. La fine del mondo/Il paese delle meraviglie
    secondo me si comincia così.
    Buon proseguimento!


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