Pubblicato da: miclischi | 13 marzo 2014

Andrea Chénier a Pisa: poco entusiasmo

Filatelia

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Andrea Chénier. Come Guglielmo Tell, Adriana Lecouvreur… Nome italianizzato per cognome forestiero: un metodo per esprimere l’esoticità, ma non troppo, del personaggio. Come succede, del resto, anche nelle storie a fumetti di Diabolik. La Manon Lescaut invece è rimasta Manon. E meno male. Opera controversa, questa del foggiano Umberto Giordano. Controversa nel senso che ha tantissimi entusiastici supporter bilanciati da altrettanti melomani che invece proprio non la sopportano. La storia sembra un prototipo di vicenda melodrammatica. C’è la connotazione storica, c’è la rivoluzione francese con i forti conflitti sociali (il salotto buono della patrizia prole con il servo figlio di servi), c’è, naturalmente la coppia di innamorati tenore-soprano con il baritono che si mette in mezzo. E il tenore fa il poeta come Rodolfo! C’è il dramma della gelosia, ci sono la morte, la passione, le perfidie con la redenzione finale. Quattro atti con ambientazioni abbastanza radicalmente diverse: il salone delle danze, la strada, il tribunale rivoluzionario, il carcere (gli ultimi due atti ricordano vagamente gli ambienti della Tosca); la presenza del coro e delle danze… c’è addirittura la presenza ieratica della vecchia Madelon, riecheggiante la Erda dell’Oro del Reno… Ce n’è proprio per tutti i gusti. Musicalmente, si tratta di un’opera che squaderna innumerevoli temi fittamente affollati nei vari atti, con pochissimo ricorso al leit-motiv. Arie celebri ce ne sono in abbondanza, ma la più nota è di sicuro l’Improvviso del poeta-tenore nel primo atto. Splendida e difficile, come difficili sono tutte le romanze di questo Andrea Chénier, l’invettiva sociale del servo Gérard, proprio all’inizio dell’opera. Ecco, proprio questo primo atto è particolarmente bilanciato, e presenta già tutti i caratteri di poliedricità dell’opera. Richiama quasi le atmosfere del primo atto del Rigoletto, con le frivolezze dell’ambiente aristocratico a bilanciare i drammi proletari di servi e buffoni. Con quel susseguirsi di temi di danza e di intrattenimento nei quali si incuneano le perentorie istanze sociali dei rivoluzionari e le eteree ma profonde armonie del poeta.

Quadro II - sulla destra   Valeria Sepe (Bersi), Nicola Vocaturo (L'Incredibile) - Foto di Massimo D'Amato, Firenze

Quadro II – sulla destra Valeria Sepe (Bersi), Nicola Vocaturo (L’Incredibile) – Foto di Massimo D’Amato, Firenze

Nel secondo atto ci si ritrova per strada. Derelitti, rivoluzionari convinti e rivoluzionari delusi, persone che si arrangiano, sospetti e sospettati… Una scena corale un po’ alla Momus (del resto sempre a Parigi siamo) alla quale si sovrappongono le ansie e le perfidie dei singoli. Nel terzo atto siamo al tribunale rivoluzionario, e qui c’è spazio per tre romanze dei tre personaggi principali: baritono, soprano e tenore. Qui si tirano anche i nodi al pettine della vicenda (La rivoluzione i figli suoi divora!), preparando l’epilogo. Un epilogo che sa di già visto, nella cella della morte nell’attesa del patibolo (pardon, della ghigliottina) e con l’amata che si sacrifica in extremis. Con l’aggiunta di Gérard che tutto aveva architettato e alla fine si ritrova pentito ma perdonato… Insomma, un’opera che se rappresentata con a buon livello risulta in una serata ricchissima di spunti musicali e vocali notevoli. Ma così non è stato, in questa recita pisana del 7 marzo 2014. Basti raccontare che, alla fine della rappresentazione, l’unico interprete che ha ricevuto dei veri, calorosi applausi è stato il bravo baritono Elia Fabbian, adeguato interprete di Gérard, nonostante all’inizio non fosse ancora pienamente entrato nella parte (ne ha un poco sofferto la romanza Son sessant’anni…). Per tutti gli altri, un mero applausino di prammatica.

Quadro III - Rachele Stanisci (Maddalena), Elia Fabbian (Gérard) - Foto Massimo D'Amato, Firenze

Quadro III – Rachele Stanisci (Maddalena), Elia Fabbian (Gérard) – Foto di Massimo D’Amato, Firenze

Una rappresentazione tutto sommato stanca e non brillante (anche nell’orchestra, sorprendentemente, visti i successi in altre opere di questa stessa stagione), a tratti sfocata e confusa, poco coinvolgente. Una piccola menzione di merito (piccola perché piccola è la sua parte) per la mezzosoprano Valeria Sepe, ben calata nella parte  della mulatta Bersi, dalla voce gradevole e misurata. Regia classicheggiante e misurata (Carlo Antonio De Lucia), così come le scene e i costumi (Alessandra Polimeno). Ma anche queste note positive non hanno raddrizzato una serata abbastanza in tono minore. Via, succede, non è mica una tragedia, ci si rifarà.

Per la cronaca 1: Il cartellone completo si trova qui.

Per la cronaca 2: Il libretto del pucciniano Luigi Illica è ricco di preziosismi melodrammatici. Trasforma in transitivo l’intransitivo figliare (Hai figliato dei servi…). Poi, sempre nel primo atto, presenta una sottile reinterpretazione della celebre massima “La cultura è l’origine di tutti i mali”: Quel Gérard! L’ha rovinato il leggere! Fra i numerosi melodrammatismi di Illica si nota tuttavia una luminosa immagine nautica, nella romanza del terz’atto Sì, fui soldato, replica difensiva di Andrea in tribunale. Quella della nave che… affonda la spumante prora ne l’azzurro dell’onda è davvero un’immagine realistica e vivissima. Ma Illica dimostra anche una certa cultura marinara quando indica che la bandiera della patria va issata a poppa.

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