Pubblicato da: miclischi | 11 febbraio 2014

Offenbach/Hoffmann: dal tormento alla gioiosa confusione felliniana

Un'immagine delle prove dei Racconti di Hoffmann al Verdi di Pisa

Un’immagine delle prove dei Racconti di Hoffmann al Verdi di Pisa

L’arte è tormento. L’amore è tormento. La vita è tormento.

Detta così sembra proprio una tragediona. Eppure le vicende del povero Hoffmann, vittima delle proprie passioni, viene narrata nei Racconti di Jacques Offenbach -rappresentazione quasi patafisica dai forti accenti giocosi – come una girandola di scene immaginifiche, caleidoscopio delle umane vicende, attraverso i quadri sovrapposti che animano un’opera spettacolare, movimentata, divertente.

Questo allestimento di LTL Opera Studio andato in scena l’8 febbraio al Teatro Verdi di Pisa ha conquistato il pubblico, anche quello degli operisti “tradizionali”, con la sua freschezza, con la bravura degli interpreti giovanissimi, con una regia intelligente e briosa, con le scene e le luci ben congegnate… insomma proprio una bella serata.

I racconti di Hoffmann:  un’opera non-opera, con elementi di operetta, di festa paesana, di spettacolo circense e di ambientazioni da film di Fellini, riesce a far passare con leggerezza temi pesantissimi come l’ossessione per il lato oscuro della forza, la morte, la forza del destino, l’illusione e la disillusione. E ci riesce particolarmente bene questa edizione pisana, basata sulla versione Choudens del 1907, una fra le tante in circolazione.

Jacques Offenbach

Jacques Offenbach se la ride sotto i baffi

Un uomo ossessionato dalle donne (non per niente a far da cornice a tutta la storia c’è proprio il Don Giovanni di Mozart) alle prese con le proprie passioni e con gli innumerevoli trappole che il Maligno gli prepara per metterlo in difficoltà. A tenerlo a bada e a salvarlo dai tanti disastri che provoca quasi inconsapevolmente, un angelo custode (la sua Musa ispiratrice). Un’opera fitta fitta di simboli, che si presterebbe a infinite chiavi di lettura e interpretazioni dotte. Ma prevale la gioia di godersi questa musica inusitata e abbastanza fuori dagli schemi, e uno spettacolo luminoso che scorre via senza intoppi.

L’Orchestra Arché si era già vista e sentita nelle precedenti stagioni pisane: nulla da eccepire: grande precisione, buon bilanciamento fra le varie sezioni, e direzione molto convincente di Guy Condette: orchestra e direttore si sono ben meritati gli applausi del Verdi.

Hoffmann (Max Jota) con Antonia (Erminie Blondel)

Hoffmann (Max Jota) con Antonia (Erminie Blondel)

E le voci? In queste rappresentazioni di Opera Studio si è pronti a perdonare qualche ingenuità e qualche giovanile inesperienza. Ma in questa rappresentazione non c’è proprio niente da perdonare: tutti gli interpreti si sonno dimostrati all’altezza, di livello buono o molto buono. La Olympia di Claudia Sasso ha stregato il pubblico pisano tanto da far risuonare solo per lei applausi scroscianti (sia nel suo episodio che nell’applausometro finale). Questa bambola meccanica allucinata e allucinante ha sfoderato un ottimo controllo della poderosissima voce, stupefacente davvero. E anche il povero Hoffmann, interpretato dal tenore brasiliano Max Jota, quasi sempre in scena dall’inizio alla fine, ci ha fatto la sua figura ed è stato acclamato insieme a Olympia nell’applausometro finale. Ma tutti bravi, questi giovani. Se proprio un pignolo volesse insistentemente trovare una lieve pecca, il Maligno interpretato nei suoi quattro ruoli dal bravo baritono Federico Cavarzan, ottima presenza scenica e bella voce, a tratti non suonava sufficientemente cattivo, nel senso possente, cavernoso, diabolico. E la musa Niklausse? Il mezzosoprano Marta Leung Kwing Chung, anche lei presenza costante in scena, ha molto ben figurato. E la sconsolata Antonia (Erminie Blondel) – una tisica non poteva mancare -,  la seduttrice Giulietta (la soprano Anna Consolaro); e il servitore (i quattro servitori) di Qing Xu? E gli interpreti tutti, che si accavallano nella girandola dei flash-back raccontati da Hoffmann? Davvero tutti all’altezza, con un risultato d’insieme raramente visto a teatro: senza cali, senza parti decisamente “minori”, senza esitazioni. Altro che giovani e giovanissimi!

Ottimo uso delle proiezioni in scena

Ottimo uso delle proiezioni in scena

La regia di Nicola Zorzi, le scene di Mauro Tinti, i costumi di Elena Cicorella e le luci di Michele Della Mea hanno contribuito non poco alla godibilità dello spettacolo. Ben riuscito, in particolare, il gioco di scatole cinesi col palcoscenico nel palcoscenico nel palcoscenico… E anche il variegato coro di Opera Studio 2013 (i beoni della taverna di Luther ma non solo) ci ha fatto la sua figura.

Una menzione particolare, infine, per le videoproiezioni in scena. Tante volte in passato, a proposito dell’uso del video nelle Opere al Verdi, sono stati usati attributi come imbarazzante, raccapricciante… In questa rappresentazione, le proiezioni hanno colpito soprattutto per la loro intelligenza ed incisività. Tanto di cappello. 

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