Pubblicato da: miclischi | 14 gennaio 2014

La Carmen del 2014 al Verdi

L'edizione "le livre de poche" del 1965

L’edizione “le livre de poche” del 1965

Dunque riecco Carmen a Pisa. In principio era la novella di Prosper Mérimée. Un racconto di viaggio nel quale il narratore, recatosi in Spagna per sue personalissime ricerche archeologiche, racconta del suo incontro con José, e delle vicende da questi riferite. Lo fa con spirito di osservatore etnografico ed antropologico, Mérimée, curiosissimo di imbattersi in questa serie di personaggi etnicamente distinti e pur frammisti: il variegato ambiente spagnolo fatto di soldati ed altri personaggi fra i cui il torero, il militare ingenuo e baccellone che viene dal paese basco, la gitana adescatrice.

Tanto s’addentra nella curiosità etnografica, Mérimée, che il suo racconto è ricchissimo di proverbi e modi di dire, e addirittura, alla fine della storia, c’è una specie di appendice dotta sull’universo zingaro. Un racconto alquanto breve, nel quale compaiono anche altri personaggi ed altri ambienti (parte della vicenda si svolge a Gibilterra, terra di contrabbandi, e ben più importanza viene dedicata a un certo Milord che risiede al porto sullo Stretto che al toreador).

Questione di costumi...

Emma Calve nei panni di Carmen. Questione di costumi…

Ma più nota al grande pubblico è di sicuro la versione della Carmen di Henri Meilhac e Ludovic Halévy, musicata da Georges Bizet.

Opera dalla grande connotazione sinfonica, deve la sua celebrità, oltre alla riproposizione dell’intramontabile tema “amore e morte”, alla straordinaria infarcitura di temi orecchiabilissimi: ascoltare quest’opera in disco o vederla a teatro garantisce il ripetitivo risuonare nella mente e nelle orecchie per giorni e giorni di questo o quel tema, carmenistico o toreristico che sia. Eppure, a ben ascoltare, le trame musicali più affascinanti sono quelle che accompagnano la narrazione, piuttosto che quelle delle canzonette celebri.

In verità i librettisti si discostarono un bel po’ dal racconto di Mérimée: la novità più vistosa è l’introduzione della povera Micaela, l’orfanella che la madre di José ha già scelto come sposa del figlio, senza immaginare che la sua inesperienza di campagnolo lo renderà particolarmente vulnerabile alle tecniche di seduzione della gitana Carmen . Ben venga Micaela, tuttavia, visto che alcune fra le pagine vocali più belle dell’opera sono proprio dedicate a lei: il duetto nel primo atto e la sconsolata aria solista del terzo. E poi, via, una voce davvero di soprano ci voleva, a far contraltare a quella aspra e scura di Carmen (mezzo-soprano).

Il Maestro Carlo Goldstein

Il Maestro Carlo Goldstein

A Pisa la Carmen arriva dopo aver già passato le rappresentazioni del Goldoni a Livorno e del Giglio a Lucca. Interrogato su come erano andate le prove, il violoncellista incontrato alla Baguetterie di Piazza della Berlina prima dello spettacolo risponde ricordando all’incauto curioso che son due mesi che questa Carmen va in scena…  Infatti: ne risulta in questa prima recita pisana una splendida amalgama fra il Direttore Carlo Goldstein e l’Orchestra della Toscana. Il direttore d’orchestra, fra i più acclamati nell’applausometro finale, convince senza se e senza ma. Dal piglio deciso, rivolge lo sguardo ora a questo, ora a quello strumentista, o cantante. Incalza, incoraggia, sorride, si corruccia, accarezza con lo sguardo tutti i suoi esecutori e dirige dall’inizio alla fine senza partitura.

Il quartetto di personaggi principali (Don José, Carmen, Escamillo e Micaela) viene interpretato da una girandola di interpreti nelle varie rappresentazioni nei tre teatri. In questa prima pisana dell’11 gennaio 2013 José era il tenore Mickael Spadaccini, già acclamato al Verdi in Pagliacci (era l’ottobre del 2011). Ruolo non semplice, quello di Don José, dapprima gnifito, poi sconvolto dall’inaspettata passione scatenata da Carmen, poi la diserzione, il passaggio fra le fila dei contrabbandieri, infine la gelosia, la rabbia, la violenza. Spadaccini ha ben giocato le sue carte facendo via via emergere la forza vocale e scenica del personaggio all’avanzare della storia e al volgere degli eventi. La vocalità cresce insieme al personaggio ed è direttamente proporzionale alla violenza che esprime.

Carmen la perfida, la diabolica, la noncurante degli altri e di se stessa, soprattutto conscia che la propria sensualità deve essere usata a buon fine per ottenere risultati concreti, insensibile agli affanni e delle smanie dei suoi amanti, viene qui interpretata dalla mezzo-soprano polacca Agata Bienkowska. Si destreggia bene nel ruolo (anche se invero non si può dire  che si senta poi tanto a suo agio nei panni di una gitana di spagna quando si tratta di danzare sensualmente per accileccorire  il pollo di turno) ed esprime una vocalità forse un po’ sbilanciata verso il basso, a tratti in deficit di squillanza, ma nel complesso più che adeguata e rispondente alle aspettative del pubblico.

Escamillo, il torero, alla fine è l’unico personaggio dell’opera che ha una connotazione decisamente positiva. Noncurante quasi come Carmen, si gode la vita e non si scompone più di tanto neanche quando José gli fa un buco nel cappello con la fucilata del terzo atto. Un allegro gaudente interpretato in questa recita dal baritono Paolo Pecchioli. Lievemente ingessato, ci fa però la sua figura, ma che peccato poter sfoggiare appieno la tenuta da torero (l’unico vero e proprio “costume” vistoso  e spagnoleggiante dell’opera) soltanto quando viene a raccogliere gli applausi alla fine…

La soprano georgiana Ilona Mataradze con il Maestro Goldstein in una foto del 2011

La soprano georgiana Ilona Mataradze con il Maestro Goldstein in una foto del 2011

Ilona Mataradze, la Micaela di questa prima pisana, è stata senza dubbio l’interprete più acclamato dal pubblico del Verdi. Questa piccola-grande soprano georgiana, cui è toccato il ruolo scomodo del personaggio aggiunto, la suorina con le trecce, messaggera inviata dalla mamma di José a rompergli le uova nel paniere, ha conferito a questo personaggio invero una forza e una dignità di tutto rispetto. E anche in quel segno della croce fatto al rovescio (all’ortodossa), nei tanti piccoli gesti del personaggio che si vuole dimesso e non eclatante, si è guadagnata l’apprezzamento del pubblico.

Un grande ruolo spetta in quest’opera al coro (anche di voci bianche) che movimenta le numerose scene in cui il palco è davvero affollato. Il Coro Lirico della Toscana e le voci bianche del Goldoni di Livorno hanno ben lavorato, sia nei movimenti scenici (di cui si lamentarono i coristi quando la Carmen andò in scena per la prima volta) che nelle voci.

La storia di Carmen è stata rielaborata e riproposta in talmente tante diverse vesti (si pensi al film di Carlos Saura del 1983), che ci si domanda sempre – avviandosi a teatro – quali saranno state le scelte dello scenografo e del regista. In questo caso la scena, scarna, si sviluppa in verticale e permette la sovrapposizione di due spazi scenici in cui possono svolgersi diverse azioni in contemporanea. Un bell’espediente del quale è stato fatto buon uso in tutti gli atti.  La regia di Francesco Esposito e i costumi di Alessandro Lai sono genericamente “moderni”, con un po’ di eccesso di sigarette nel primo atto e di birre nel secondo, ma non c’è molto da eccepire… Se non nel fatto che l’assenza dei consueti vaporosi ed eccessivi costumi rossoneri della Carmen ballerina da bettola limita un po’ la sensualità dell’interprete, la quale nel primo atto sopperisce montando a cavalcioni del povero José, attonito, e nel secondo deve esibirsi in un goffo tentativo di spogliarello (quando anche José mette mano al cinturone, uno spettatore in platea non può esimersi dall’osservare: “O, non si spoglierà mica a che lui?!”).

E’ pur vero che fin dalla sua prima rappresentazione quest’opera venne bollata come “scandalosa” (Claude Samuel fornisce un accurato resoconto della sera della prima del 3 marzo 1875 sul numero di dicembre 2013 della rivista Diapason), ma forse una qualche maggiore abilità scenica da parte dell’interprete, o meglio qualche indicazione registica tesa alla rappresentazione della sensualità, forse, avrebbero giovato.

Alla fine, però, che gran bello spettacolo, questa Carmen! Il pubblico era contento matto (come spesso succede quando si rappresentano opere dai tanti motivetti notissimi), l’applausometro ha incoronato Micaela e distribuito un entusiastico omaggio al direttore d’orchestra, a Carmen e a José con Escamillo. Hanno di molto ben figurato, poi, anche tutti i comprimari e in particolare le compagne d’avventura della Carmen.

Nell’afa tropicale del Verdi si suda ma si gioisce, e anche le inconsuete varianti nella tempistica nell’accensione delle luci, o nel calare il sipario (clamorosamente in ritardo alla fine dell’opera) sono accolte con risatine e sberleffi ironici. Tutti contenti: c’è la Carmen, viva la Carmen!

Gli interpreti in scena al Goldoni di Livorno

Gli interpreti in scena al Goldoni di Livorno

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Responses

  1. gentile blogger, vorrei notizie più dettagliate, se possibile, sul Morales del pratese Calamai(era lui no?). Grazie molte e cari saluti, GP


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