Pubblicato da: miclischi | 29 novembre 2013

Lirica a Pisa: vernacolo e non solo

Uscito da Felici nel 2013

Uscito da Felici nel 2013

L’opera lirica nei teatri di Pisa e la sua rappresentazione: sia sul palco che nei versi e nelle righe delle composizioni vernacole scritte per l’occasione da un nugulo di artisti, poeti, saggi e popolani.

Il libro scritto da Giampaolo Testi con Simone Rossi e pubblicato dall’Editore Felici di Pisa (La lirica in vernacolo… pisano),  nonostante la copertina,  è un piccolo scrigno prezioso pieno di tesori, di dati, nomi, informazioni, recensioni, aneddoti su questa o quell’opera, questo o quel cantante. Ma oltre al fatto che la lettura è molto gustosa, quest’opera dettagliatissima contiene anche alcuni messaggi chiari sulla natura originaria del teatro d’opera e del suo impatto sociale.

Prima di tutto, da questa lettura emerge con forza una situazione (quella dei primi decenni del XX secolo) in cui l’Opera era davvero un fenomeno popolare. Numerosissime repliche, alcune delle quali a prezzi ridotti, consentivano a chiunque di godersi le rappresentazioni liriche nei teatri cittadini. Oggi non c’è dubbio che l’Opera sia divenuta un fenomeno abbastanza d’élite (tranne per le coraggiose iniziative di piccoli e piccolissimi teatri di campagna che continuano a promuovere la lirica per tutti). Ma a quei tempi era davvero uno spettacolo popolare; e al quale tutti si interessavano. Tanto che per un’Aida a Pisa fu addirittura organizzato un treno speciale da Lucca, che accompagnava i melomani a Pisa e li riportava a casa dopo la fine dello spettacolo.

C’è poi la testimonianza di come siano cambiati i tempi dal punti di vista delle produzioni, degli allestimenti, della gestione dei teatri. Succede in più d’una occasione di incontrare, nella lettura di questo libro, opere che sono state rappresentate in un teatro pisano in oltre 10 repliche. Negli anni ’70 e ’80 le stagioni liriche del Verdi prevedevano tre repliche, a volte quattro per opera. Oggi sono tassativamente soltanto due! Si vede che in una volta il costo marginale dell’allestimento calava all’aumentare delle repliche (con le scene già in loco, i cantanti e l’orchestra già scritturati etc.). Oggi, forse, ogni rappresentazione è talmente in perdita che se se ne fanno due bisogna accontentarsi: è tutto grasso che cola.

testi

Giampaolo Testi

Ci sono poi i sonetti, i componimenti di varia foggia, le prose. Tutto in vernacolo pisano, schietto, ruspante, tagliente e definitivo. Spessissimo i componimenti in vernacolo sono strutturati come dialoghi: un amico chiede lumi sulla trama dell’opera che si dà a teatro, o sul successo (o l’insuccesso) di una recita o d’un cantante. Compare spesso Dolovìo, in questi quadretti critici (quasi antesignani dei blog di oggi) che, pubblicati su giornali e periodici locali, contribuivano anch’essi a diffondere la cultura dell’Opera Lirica in tutte le classi sociali.

L’apparato critico e la mole di dati bibliografici messi insieme dagli autori sono davvero impressionanti. Infatti una delle ricchezze del libro è proprio la scoperta (o la conferma) di quanto complesso e articolato sia il patrimonio delle poesie e delle prose in vernacolo pisano.

Poi, soprattutto, i testi (con la “t” minuscola). Ironia a fiotti, umorismo, dissacrazione. Ma anche amore vero per la musica e l’opera, e per i cantanti, specialmente quelli pisani, con un posto speciale per il baritono Titta Ruffo.

In un sonetto del Galletti sulla Cavalleria Rusticana:

Turiddo, sbronzo, ha ‘r corpo ‘ confusione:

“Vado fuori all’aperto…”  fa a su’ mà.

(- Falla tutta! – n’han detto dar loggione).

E in un gustoso racconto in prosa sulla trama della stessa opera, Ezio Micheletti si esibisce in in una serie infinita di battute comicissime e, nel raccontare fedelmente gli accadimenti del dramma siciliano, adotta senza esitazione il vernacolo pisano, con un effetto davvero straordinario.

Si principia colla musia che comincia a sonà ma ‘r telone gliè sempre ‘hiuso. Doppo un po’ si sente una voce vienì’ dar di drèto che canta: ” Lolaaaa che ci hai ‘r latte e la ‘amiciaaaa!…” e poi dell’artre parole arabe che ora ‘un me l’arrammento…

Nel narrare dell’Otello gli autori vernacolari pisani si soffermano in particolare sul famoso fazzoletto. Il sonetto di Giuseppe Puccianti (un dialogo fra Neri e Dolovio) si conclude con una terzina fulminante:

smetti di sbraità, falla finita,

e se t’hanno rubbato ‘r fazzoletto,

e te soffiati ‘r naso ‘olle dita!

Sempre sull’Otello di Verdi, anzi, l’Utello, scrisse un trittico di sonetti Pierluigi Pieruccetti. Nel corso della narrazione della tragedia Otello apostrofa Desdemona con gli epiteti Tegame! Spudorata! E, sempre sul tema del fazzoletto:

Ti ‘mmagini la strage, e come grande,

se Jago, ar posto di ver fazzoletto,

avéssi preso un paio di mutande?!

E così leggendo, e ridendo, e scoprendo sempre nuovi aspetti della storia dell’Opera a Pisa. Ci sono i teatri, gli impresari, i cantanti. C’è la foto del famoso manifesto fatto affiggere a Pisa:  Per ingiustificata malattia di Picchi e Callas… e ci sono loro, le opere liriche. Verdi, Puccini, Giordano, ma anche Rossini e addirittura Wagner. Sono tutte elencate in fondo al libro, per poterle facilmente ritrovare, così come sono debitamente elencati tutti gli autori vernacoli.

Abène, un libro che davvero ci mancava, e che riempie di buonumore e nostalgia.

Per la cronaca: Gli autori hanno dedicato il libro alla memoria di Luciano Lischi. E allora, forse, non dispiacerà loro un piccolo aneddoto che riguarda sia il Lischi che un cantante lirico che si esibì a Pisa.

Allora, erano gli ultimi mesi della vita del Lischi, i tempi tristi delle trasfusioni all’ospedale, stoicamente sopportate, ma non per questo meno penose. Dopo una di quelle trasfusioni, il Lischi stava uscendo dal reparto appoggiandosi al figlio e a una figlia, un po’ piegato, e si lasciò sfuggire un flebile oimmei! Il figliolo, nell’intento di risollevarlo, gli disse: Via giù, non stare troppo a lamentarti. Lui allora, come John Belushi quando vede il puma sull’uscio della baita nel film Chiamami Aquila, si raddrizzò completamente, fece un gran sorriso, si schiarì la voce e raccontò.

Di quando in una rappresentazione della Tosca al Verdi di Pisa, il tenore Galliano Masini (livornese) doveva far sentire da fuori scena le sue grida di dolore durante le torture da parte degli sgherri di Scarpia (siamo nel secondo atto).  E di come dalla platea si udirono chiaramente i suoi lamenti sotto forma di Oiòi!… Oimmèi… Alla fine, più che orrore, quelle grida suscitarono ilarità nel pubblico in sala.

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Responses

  1. […] fuori scena (Mario!, Mario!) – o meglio, come diceva la versione in vernacolo pisano citata da Testi e Rossi : Mario! Siei sordo? – si ode una voce possente che pare più da principessa Turandot che da […]


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