Pubblicato da: miclischi | 15 ottobre 2013

La forza del destino: la lunga attesa del quart’atto.

Verdi in Russia ai tempi della prima di San Pietroburgo

Verdi in Russia ai tempi della prima di San Pietroburgo

Riecco al Teatro Verdi  di Pisa La forza del destino. Drammone lungo e variegato, ricchissimo di temi narrativi e musicali, salti spazio-temporali (da Siviglia fino a Velletri, passando per bettole, conventi e rupi), abbondanti cadaveri e preziosismi librettistici (Francesco Maria Piave!). E già, rispetto alla prima versione, quella di San Pietroburgo, c’è un morto di meno!

Si fa notare, quest’opera, per la sua caratteristica accozzaglia di frammenti incoerenti, di vicende ancor meno verosimili di quante già affollano usualmente le scene del melodramma, per i questi multipli  travestimenti e riconoscimenti (i due amici/nemici, per esempio, compaiono, oltre che con la propria identità, anche con due altri alias ciascuno) e per l’ecatombe di cadaveri che alla fine si conteranno sul campo, pardon, in scena.

E questo lungo polpettone nel quale pur fanno capolino parecchie perle musicali di straordinaria bellezza, e financo un balletto, alla fine sembra tutta una lunga e laboriosa preparazione per quello che sarà l’unico vero spezzone della vicenda che si svolge tutto in un continuum spazio-temporale, che non ha nessun cedimento musicale né narrativo, e che davvero è un’opera nell’opera (tanto che, ad esempio, nelle edizioni “antologiche” di solito viene tutto preservato da Invano Alvaro in poi): il Quarto Atto con le sue due ambientazioni sceniche contigue.

La signorina di buona famiglia (Leonora) non è poi così convinta di scapparsene col ganzo etnico (Alvaro) nel cuore della notte. E questa tua titubanza, questo fatto, insomma, che forse poi non era così innamorata (del resto se ne accorgono anche la serva e il ganzo stesso, che snocciola il sublime verso Se tu com’io non m’ami…) sarà proprio la causa prima di tutti i casini e i morti che seguiranno.

Quando una càadubbi può scatenare una tragedia.

Amore (o presunto tale), dolore, pentimento, onore, anelito alla sublimazione mistica… son questi i temi nei quali si rinvoltola la vicenda dall’inizio alla fine, e che sono ben rappresentati dalla reiterata dicotomia nel botta-e-risposta dell’ultima scena Piangi! / Prostrati!

Leonora e il Padre Guardiano con la croce/arcangelo. Foto di Massimo D'Amato, Firenze.

Leonora e il Padre Guardiano con la croce/arcangelo. Foto di Massimo D’Amato, Firenze.

Ma altra parola chiave dell’opera è senz’altro Maledizione. Vocabolo eminentemente rigolettiano, compare in questa Forza del destino ad appannaggio di quasi tutti i personaggi. Maledice la figlia il Marchese di Calatrava (qui il giovane basso Emanuele Cordaro – il quale, nonostante muoia subito nel primo atto, è dovuto rimanere in vestaglia per altre quattro ore per venire a raccogliere gli applausi alla fine); maledice chi osi avvicinarsi all’eremo il Padre Guardiano. Maledice infine Leonora chi profanare ardisce il sacro loco, per ben cinque volte in rapida successione (in alcune edizioni il soprano maledice solo quattro volte, diluendo l’ultima).

Il povero  Alvaro, vittima di una serie incredibili di sfighe, si barcamena fra il rincorrere l’amata (nonostante tutto), la ricerca della morte, e infine dell’espiazione e poi della redenzione. Il fatto che sia un mezzo-sangue di discendenza Incas aggiunge alla storia anche un accenno a tematiche socio-razziali. Anche se alle punzecchiature xenofobe degli altri personaggi Alvaro non risponde con parole inneggianti all’equità ma esibendo  come salvacondotto i suoi quarti di nobiltà.

Il fratello di Leonora, (Carlo), vendicatore dell’onore familiare, in realtà si presenta come un vitellone di dubbia moralità, dedito al gioco d’azzardo e alle insidie delle signorine che viaggiano da sole, e  la sua smania di versare il sangue purificatore appare come appicicatagli addosso suo malgrado.

Scena di balletto con Preziosilla. Foto di Massimo D'Amato, Firenze.

Scena di balletto con Preziosilla. Foto di Massimo D’Amato, Firenze.

Si inseriscono poi nella vicenda tre personaggi a far attivamente da contorno: Preziosilla, l’indovina reclutatrice di giovani da mandar in guerra in Italia (Morte ai Tedeschi!), qui Claudia Marchi, il Padre Guardiano, custode della sacralità (non imprecare, umiliati), e Melitone, il frate portiere (se apersi, parmi!) che porta con i suoi efficaci inserti comici un po’ di relax nella tensione tragica e opprimente.

Questa edizione pisana (venerdì 11 ottobre 2013) vede il giovane Valerio Galli alla guida dell’Orchestra della Toscana. E se fin da subito il Galli si afferma con gran decisione, producendo con la sua orchestra un sound quasi toscaniniano, ahimé gli ottoni non brillano (!); e anche se la prova del complesso strumentale è alla fine soddisfacente (come giustamente sottolinea l pubblico al momento dell’applausometro), anche dalle parti soliste ci si poteva aspettare qual cosina di più.

Le voci: tutto sommato un bel gruppo affiatato che non sfigura. Alvaro e Carlo, tenore e baritono, sono interpretati rispettivamente dal serbo Zoran Todorovich e dal Sanmarinese Luca Grassi, in un’opera che offre straordinari duetti virili che vanno dalla fratellanza militare, alla scoperta degli altarini, fino al duello fatale del quart’atto. Alvaro è apparso un po’ al limite delle sue possibilità, in questo ruolo che esige un’estensione mostruosa ma anche, quando ci vuole, una potente squillanza. Carlo ha entusiasmato fin da subito il pubblico, con la sua voce calda  e profonda nell’aria di Pereda e nei duetti del terz’atto. Ma si sa, chi avvezza male i popoli crea aspettative, e nella lunga e articolata preparazione al fatale duello (Invano Alvaro ti celasti al mondo…) è apparso leggermente in calo.

Leonora, la gnifita dalla fatale indecisione (solo per questa prima rappresentazione: la greca Dimitra Theodossiou), dopo un inizio che lasciava dei dubbi sulla qualità delle mezze voci, alla fine è risultata la trionfatrice della serata, con tanto di bis a scena aperta sul Pace, pace mio Dio che a onor del vero le è venuto proprio  bene.

I fratacchioni: buono il Padre Guardiano del basso Dario Russo, per il quale si può segnalare solo un leggero deficit di ieraticità (ma è giovane, si farà…) e il Fra’ Melitone, qui il baritono Carlo Lepore, praticamente perfetto. Non è caduto infatti nella trappola, il Lepore, di caricare troppo la figura del frate goffo e buffo a scapito del canto: lo ha caratterizzato come si deve, ma con una voce splendida e possente che non lascia dubbi.

La vergine degli angeli: Leonora con il coro e Padre Gurdiano.

La vergine degli angeli: Leonora con il coro, Melitone  e Padre Gurdiano. Foto di Massimo D’Amato, Firenze.

E il coro? Questo personaggio plurimo gioca un ruolo da comprimario in questa tragedia della malasorte. Che siano i pellegrini in marcia verso il giubileo, o i soldati e le signorine nelle bettole di Velletri, o i fratacchioni del convento, la presenza di queste voci accompagna e sottolinea alcuni punti salienti della narrazione. In questa edizione dell’opera il Coro Lirico Conca d’oro di Palermo ci fa la sua figura, sia nelle voci che nella presenza scenica. A quanto pare la scelta di questo coro siciliano è stata dettata da motivi puramente economici, come sottolineato in questo articolo del Tirreno.

Regia sobria e tradizionale del giovane Renato Bonajuto, che si distingue per la bella idea di far cantare a Leonora il suo La vergine degli angeli con le spalle alla platea, verso il crocifisso. Curiosa invece l’idea di mettere, all’ingresso del convento, una statua di un qualche arcangelo invece che una nuda croce (che Leonora dovrebbe abbracciare durante il duetto col Padre Guardiano – menomale che non si è abbracciata anche l’arcangelone!). E un po’ ingessata la scena in cui scocca la scintilla della violenza fra Carlo e Alvaro nel quart’atto: A morte andiam non se lo dicono in faccia, ma lo annunciano al pubblico, quasi ignorandosi. Una piccola pecca registica in uno spettacolo complessivamente ben montato.

Insomma una bella serata verdiana, piacevolmente lunga, apprezzata dal pubblico che alla fine, nel canonico applausometro,  ha premiato senza esitazioni Leonora, Melitone e il Direttore d’orchestra, leggermente staccato Don Carlo, riservando calorosi segni di apprezzamento a tutti gli interpreti.

Ecatombe finale: "Non imprecare umìliati...". Sullo sfondo: il catavere di Don Carlo. Foto di Massimo D'Amato, Firenze.

Ecatombe finale: “Non imprecare umìliati…”. Sullo sfondo: il catavere di Don Carlo; poco dopo, fra le braccia di don Alvaro, trapasserà anche Leonora (salita a Dio). Foto di Massimo D’Amato, Firenze.

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