Pubblicato da: miclischi | 10 aprile 2013

Salyut, bella e complicata

Con l'obiettivo MIR 65 mm

Con l’obiettivo MIR 65 mm

Nel panorama delle macchine fotografiche sovietiche mutuate dai modelli occidentali non poteva mancare la copia della Hasselblad. Ce ne sono in verità diversi modelli, denominati Zenith o Kiev, ma qui si racconta la prova di una reflex monottica 6×6 denominata Salyut.

Un’asta fortunosa su Ebay ha permesso di accattarsi questo gioiellino pesantissimo con, in dotazione, uno straordinario obiettivo MIR 65mm f. 3.5 e un trittico di filtri per questo generoso grandangolare: skylight, arancio e giallo. Il tutto, naturalmente, all’obiettivo normale (in Industar-29 da 80 mm e apertura 2.8) e un mirino a oculare da sostituire al mirino a pozzetto in dotazione. Dovrebbe trattarsi di un apparecchio della terza serie (a cavallo fra gli anni ’60 e ’70) cioè senza autoscatto e con i tempi di otturazione fino a 1/1000 (i precedenti arrivavano fino a 1/1500).

Mastodontica

Mastodontica

Ci sono varie particolarità che contraddistinguono questo apparecchio, e molte di queste sono veramente astruse o anti-ergonomiche. Passons per il peso, con le sovietiche lo si sa già in partenza.

La tendina metallica somiglia davvero a una saracinesca, e il rumore che fa è raccapricciante. Inoltre, in questo specifico apparecchio, se si tiene il dito sul pulsante di scatto nei tempi lenti (1/30 o più lenti) la corsa della pesante tendina rallenta verso la fine e lascia uno spiraglio aperto, il che naturalmente danneggia il negativo con imprevedibili fiammate di luce.

Poi: il pulsantino per sbloccare e aprire il mirino a pozzetto è assolutamente adiacente al pulsante per sbloccare il dorso con la pellicola, per cui, può succedere (è successo!) che malauguratamente il fotografo invece di alzare il mirino sganci il dorso, il quale magari non era neanche chiuso con la slide… Andiamo avanti: più di un manuale disponibile online raccomanda che non si può fare quasi niente senza prima aver ricaricato l’otturatore; ma attenzione, gli stessi manuali raccomandano di fare l’avvolgimento in un movimento continuo, e non un po’ alla volta, il che per certi tempi veloci obbliga a delle semi-acrobazie facendo ruotare tutto il pesante corpo macchina attorno alla manopola dei tempi. Smontare l’obiettivo (dopo aver ricaricato l’otturatore ) non è banale, visto che la filettatura grossolana suona un po’ ciottolosa (e neanche gli obiettivi sono leggerissimi). C’è poi la benedetta slide che la cui maniglietta nobile si incastra sempre dappertutto…

Il dorso con la finestrella per spiare l'avanzamento della carta fino al numero 1.

Il dorso con la finestrella per spiare l’avanzamento della carta fino al fotogramma numero 1.

Ma il capolavoro è costituito dalla procedura per caricare la pellicola nel dorso. Ci vogliono ben 4 pagine  di  istruzioni   preferibilmente a colori, così che si possano vedere le frecce diversamente colorate che indicano le diverse parti da controllare… Ci sono da studiare i pallini e il conta-pose, c’è da estrarre l’interno con una manovra che somiglia alla sostituzione di una ruota di un TIR, poi ci sono da fare verifiche e controverifiche, ma il capolavoro avviene quando c’è da portare la pellicola in posizione corretta per iniziare a scattare. Non c’è l’usuale posizione, o freccia, o linea “START”, in questo magazzino: ma aprendo una finestrella rotonda sul retro del dorso si arriva a vedere tramite un pertugio a imbuto, fin sulla carta di protezione del film, e lì, avvolgendo manualmente il rullo, si può spiare la comparsa del fatidico numero 1. Ecco, a quel punto ci sono un altro paio di manovrette “cruciali” da fare prima di cominciare, ma poi finalmente si può iniziare a scattare. Fantastico.

La finestrella a imbuto vista da un'altra angolazione

La finestrella a imbuto vista da un’altra angolazione

Ma davvero non c’è niente di buono da dire? certo che sì. Prima di tutto, come si vedrà, la qualità delle foto. E poi la manovrabilità degli obiettivi è molto buona, con un particolare degno di nota: un sistema meccanico che permette di impostare il diaframma pur leggendo la messa a fuoco con l’apertura massima. Una leva apposita,  inserita su entrambi gli obiettivi subito sotto alla ghiera delle aperture, permette di aprire manualmente il diaframma fino al massimo e poi, al momento dello scatto, il diaframma si porterà sul valore impostato subito prima che l’otturatore si apra. Un sistema ingegnoso e molto efficace, che fra l’altro viene quasi automatico utilizzare, perché dopo lo scatto l’immagine sul vetro smerigliato risulterà naturalmente più buia.

La casina della Teti

La casina della Teti fotografata con la Salyut

Le foto qui presentate sono scattate con pellicola Fomapan 100 ASA sviluppata in R09 One Shot in soluzione 1+50 (lo scanner è un Epson Photo Perfection V600).

Per la cronaca 1: sarà quest’aria vintage, sarà il formato quadrato, sarà il nome in cirillico di questo apparecchio, ma vengono in mente gli scatti di estrema malinconia e intensità di Miroslav Zhivkov, fotografo bulgaro (cirillico!) che predilige appunto il formato quadrato. Oltre al blog fotografico da cui si accede cliccando sul nome, c’è anche quest’altra ricca galleria.

Per la cronaca 2: In attesa di ulteriori prove e divertimenti fotografici, la serie dei primi scatti si trova qui.

Per la cronaca 3: Un’altra pagina web che tratta di questo apparecchio è qui. Altre sono qui e qui.

Per la cronaca 4Saluyt (Салют) era anche il nome di un programma spaziale sovietico e di un certo numero di stazioni spaziali. Più informazioni si trovano qui.

Le prime prove con la Saluyt

Le prime prove con la Salyut

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Responses

  1. ganzo miroslav


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