Pubblicato da: miclischi | 27 marzo 2013

Due passioni pre-pasquali nel 2013

Celebre biografia bachiana

Celebre biografia bachiana

Philipp Spitta, nella sua biografia di Bach del 1873, introduce il tema delle Passioni bachiane con una frase sibillina: Nell’esplorare le musica delle passioni di Bach è consuetudine ritenersi soddisfatti nel riferire le sue origini all’interpretazione drammatica dei Vangeli con uno sguardo all’Oratorio e all’Opera. Ma la questione non è così sempliceUn universo complessissimo, quindi, tutto da esplorare. Due Passioni sopravvissute: Giovanni e Matteo, che vengono rappresentate con una certa frequenza nel periodo pasquale nelle chiese e nei teatri di tutto il mondo, e delle quali esiste una ricchissima discografia e videografia. E’ sempre un piacere rituffarsi in questi lavori monumentali, e in questo 2013, nel giro di una settimana, due appuntamenti ricchissimi: La Passione secondo Giovanni al Teatro verdi Pisa, nell’ambito della stagione dei concerti della Scuola  Normale Superiore 2012-13, e quella secondo Matteo al Parco della Musica a Roma (Stagione dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia).

Il concerto pisano del 16 marzo aveva come protagonisti l’Orchestra e il Coro Bach di Monaco, quelli che erano diretti da Karl Richter negli anni 1950-70 e che hanno prodotto incisioni che per anni, prima dell’avvento consolidato delle edizioni filologiche e con strumenti d’epoca, hanno costituito un solido riferimento per tutti gli appassionati. Il direttore oggi è Hansjörg Albrecht, e le note di sala annunciano che il nuovo corso si è decisamente orientato più che in passato all’approccio filologico (anche se gli strumenti sono visibilmente non-d’epoca).

Il 95% del pubblico che assiste a una rappresentazione della Passione secondo Giovanni si sofferma soprattutto su una annotazione percussiva ricorrente: che quella di Matteo è meglio. Affermazione stupidotta anzichenò. Che c’azzecca giudicare una composizione non per quel che vale, ma confrontandola con un’altra? Come dire che il primo concerto per pianoforte di Beethoven è bellino, sì, ma certo che il quinto è assai più ricco e di sicuro molto migliore… O che il Nabucco è una bell’opera di Verdi, ma certo l’Otello è tutta un’altra cosa…

La Passione di Giovanni, di sicuro, è meno spettacolare, meno grandiosa, più breve, meno affollata di arie solistiche;  di sicuro strizza molto meno l’occhio all’Opera rispetto a quella di Matteo, composta 5 anni più tardi, e che per di più è anche molto più rappresentata e quindi anche più nota. E’ una Passione più liturgica, quella di Giovanni, meno teatrale, forse la si potrebbe dire, fra le due, la più luterana; ciò non toglie, tuttavia, che sia proprio un capolavoro.

Il magma originario

All’inizio: il magma originario

Limpidi lampi di luce divina

Limpidi lampi di luce divina: Herr, Herr

Comincia con un coro straordinario, la Passione di Giovanni, ricchissimo di suggestioni e pregno di contrasti emotivi. All’inizio l’orchestra parte con un magonoso magma strumentale basato sulla ripetizione gruppi di quattro di quartine di semicrome stipate in ogni battuta. Ora, la sensazione magmatica e indistinta (che Spitta riferisce alla tradizione di rappresentare le miserie della vita umana con l’evocazione del moto ondoso marino) viene resa tanto meglio quanto più queste quartine si susseguono davvero come onde continue senza una accentuazione decisa. Nelle varie edizioni in circolazione si trovano tutte le varianti: dall’accentuazione quasi assente  a quella all’inizio di ogni battuta (ogni quattro quartine) o ogni due. Questo del magma informe delle umane sofferenze è un elemento determinante per esaltare, di lì a poco, l’ingresso delle voci del coro, con quel perentorio Herr! (Signore) che porta chiarezza nell’incertezza, luce nell’oscurità del dubbio, sicurezza del doloroso limbo delle umane esistenze. Ma Albrecht decide altrimenti per questa rappresentazione pisana: accentua decisamente ogni quartina, con tanto di battito degli archetti dei violoncelli. Perché? Perché ritmare quel che invece poteva meglio rappresentare l’incerto e lo scarsamente delineato? Chissà. Resta il fatto che quella scelta interpretativa in qualche modo contraddice la dicotomia umano/divino che ci si aspettava da questo coro grandioso (Spitta ribadisce il concetto affermando che l’elemento di supremazia divina veniva espresso dalle voci, mentre gli strumenti rendevano l’espressione dell’umana sofferenza, rappresentando immagini e sentimenti antagonisti con strati sonori antitetici).

Solo un altro appunto a questa interpretazione, altrimenti resa splendidamente da strumentisti di grande valore (una menzione particolare per le parti solistiche degli oboi e dei flauti), da solisti convincenti nelle parti di canto  e da un coro grandioso, capace di grande e bilanciata espressività specialmente nei piano. Siamo al coro finale. Questa Passione non si conclude con una solenne parte corale; il coro è infatti il penultimo brano. Un coro di una potenza e di una mestizia incredibili e grandiose. Ma non finisce lì. Segue, a chiusa definitiva, un corale piano, lieve, davvero di commiato. Un modo, come ritengono alcuni commentatori, per restituire il mistero della passione all’ascoltatore, al fedele. Il quale, nella sua individuale e umanissima debolezza, ha ben poco di grandioso. Ecco, anche qui l’interpretazione del complesso bavarese ha preso una decisione radicale: grandiosizzare anche questo commiato finale. Il mondo è bello perché è vario, e padronissimi gli interpreti di interpretare. Ma questi due aspetti del concerto pisano sono forse gli unici che hanno lasciato qualche perplessità.

L'ultima cena in una incisione di  Albrecht Dürer

L’ultima cena in una incisione di Albrecht Dürer

Roma, lunedì 25 marzo 2013. Sedersi nella sala Santa Cecilia del Parco della Musica per assistere alla rappresentazione della Passione Secondo Matteo di Bach è già, di per sé, uno spettacolo straordinario: il direttore Antonio Pappano ha disposto gli strumentisti delle due orchestre simmetricamente a destra e a sinistra. Al centro: il tastierista del basso continuo. Alle ali estreme, i fiati delle parti soliste. Alle spalle delle due orchestre, all’estrema destra e all’estrema sinistra, i due cori. A far da sfondo sul palco, alle spalle del complesso strumentale-vocale, disposto al centro e vivacemente vestito con casacche rosse, il coro di voci bianche. Un colpo d’occhio mozzafiato.

Quando ci si accinge ad assistere al capolavoro bachiano allestito da complessi strumentali-vocali (e da un direttore d’orchestra) non vocati in particolare al repertorio barocco viene da applicare automaticamente un fattore di correzione, e ci si abitua fin da subito alla mancanza generale del “sound” barocco che tante rappresentazioni e tante incisioni ormai hanno reso noto e popolare. Eppure, anche se la performance dell’orchestra, dei solisti strumentali e del coro di Santa Cecilia sono assolutamente superlative, alcune scelte direttoriali fanno sollevare qualche sopracciglio fin da subito. Il grandioso coro d’apertura, sovrapposizione scaltrissima di più piani drammatici, vocali e musicali, sembra cantato piano, senza quella possanza che avrebbe meglio reso tutti i suoi strati sonori. Viene fatto eseguire da Pappano, giustamente, da un solo coro e non da entrambi, come ben evidenziato nello spartito dell’edizione Bach Gesamtausgabe Leipzig 1851-1899, e il secondo coro entra nella parte soltanto con i botta-e-risposta Wen?, Wie?Was?, Wohin?   Ma tutto sommato è parso che il coro d’avvio perdesse parte del suo splendore risonando un po’ troppo piano. Viceversa, i delicati corali che costellano questa Passione a volte hanno perentoriamente suonato come cori trionfali. Naturalmente, come si ragionava più sopra a proposito del complesso bavarese, l’interprete è libero di interpretare, ma qualche sopracciglio si è alzato davvero. Onore incondizionato al merito dei direttori (orchestra e coro) e degli artisti dei cori, invece, per la straordinaria struggente interpretazione a cappella del corale immediatamente successivo all’annuncio della morte di Gesù sulla croce. Un brivido di incontenibile  emozione ha percorso la platea, sopraffatta da tanta ben riuscita amalgama vocale. Per finire con i cori: splendido, praticamente perfetto, il grande coro finale, con un bilanciamento efficacissimo delle parti strumentali e vocali.

L'ingresso del coro all'inizio della Passione secondo Matteo

L’ingresso del coro all’inizio della Passione secondo Matteo

I solisti strumentali, molto impegnati nelle numerosissime Arie, non hanno fatto una piega, tutti ad altissimo livello. Una menzione speciale per il flautista nell’aria con soprano Aus Liebe will mein Heiland sterben, per il violino nell’area del contralto Erbarme dich, mein Gott e per il grande impeccabile lavorio di tutti gli/le  interpreti agli oboi.

E i solisti vocali? Appaiono fin da subito i punti di potenza e di debolezza nelle parti drammatiche dei recitativi: l’evangelista, a buon diritto definibile come  la parte principale, (nella rappresentazione del 25 marzo: Cornel Frey) mostra qualche cedimento interpretativo e vocale che si confermerà durante tutta la rappresentazione, mentre il baritono tedesco Matthias Goerne, di derivazione wagneriana, si sente perfettamente a suo agio nel ruolo di Gesù, ed è l’unico solista che canta tutte le parti senza leggere lo spartito. Molto convincente nella drammatizzazione e nell’espressività vocale. Soprano e Contralto, che entrano subito in gioco con le prime arie della prima parte, non convincono appieno (specialmente il soprano Sally Matthews, con una voce contratta e non limpida) ma si rifanno alla grande nella seconda parte, specialmente il contralto Ann Hallenberg, che trionfa senza esitazioni nella citata aria Erbarme dich. Il basso delle altre parti (Mirco Palazzi, principalmente interprete di Ponzio Pilato) risulta molto convincente, mentre il basso delle più impegnative arie (Peter Mattei), a fronte di una voce splendida e possente, non centra appieno l’obiettivo della vocalità bachiana e mostra anche qualche sbavatura. Tutti i cantanti solisti, comunque, mostrano un notevole salto di qualità nella seconda parte della rappresentazione, e conducono per mano lo spettatore nel soave baratro della rassegnata mestizia degli ultimi  numeri.

pasolini-matteo

Il Gesù pasoliniano

Alla fine della serata, dopo tre ore di musica serrata, densissima, spettacolare pur nella sua esigenza di liturgico rigore protestante, si rimane spossati. E felici. Rimane un po’ la sensazione, con questa Passione secondo Matteo, di aver assistito a un’opera in forma di concerto. Viene da immaginare un’opera messa in scena sul palcoscenico, in una sorta di sovrapposizione fra la musica di Bach e un collage mentale delle iconografie della Passione mille e mille volte rappresentate dagli artisti degli ultimi duemila anni. Ma non è un’opera, è una Passione. Si rappresenta in una Chiesa, in una sala da concerto o in un teatro. Tuttavia, c’è chi ha dato forma e luce alle immagini evocate dalla musica di Bach: è Pier Paolo Pasolini, nel suo film Il Vangelo secondo Matteo .

Andrea Mantegna: Cristo morto

Andrea Mantegna: Cristo morto

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Responses

  1. L’impressione generale non mi è sembrata così malvagia, poteva andare molto peggio anche se non sono più gli anni ’50, certo Pappano non è Koopman mentre Koopman è Bach, sacro soprattutto.
    L’ho sentita in radio, per caso devo dire, che iniziava appena Können Tränen meiner Wangen

  2. Caro amico, è più che probabile che il M° Albrecht abbia accentuato il battere delle quartine per il semplice motivo che è molto molto più facile, in questo modo, far andare tutti insieme, apPassionatamente…(vecchio trucchetto che sarebbe ora di mandare in pensione).
    Quanto alla riproduzione radio del concerto romano, purtroppo, come sempre, il balance della ripresa audio è un problema che, per la Rai, appare insormontabile..
    Grazie per queste dettagliate recenzioni!
    gp

  3. potrebbe essere la tesina triennale di una laurea in lettere, indirizzo storia della musica.


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