Pubblicato da: miclischi | 16 marzo 2013

Le oneste rimembranze di Lars Gustafsson

Lungo e fino

Lungo e fino

Bisogna fare un poderoso sforzo di volontà per affrontare la lettura di uno di quei libriccini stretti e lunghi della casa editrice Iperborea, specializzata in scrittori nordici. Leggere un libro che ha la forma di un listino priva di parte del piacere tattile ed etologico del lettore-di-libri-di-carta. Ma tant’è, bisogna farsene una ragione. Meno male che il libro, almeno quello, è ben cucito.

Un anziano professore svedese emigrato a lavorare in una università estera ferma sul foglio i ricordi della propria adolescenza. La campagna rurale di Västerås (l’aeroporto dove arrivano i voli Ryanair per Stoccolma) negli anni ’50 del ‘900. Che c’è di strano, o curioso o straordinario? Forse, soprattutto, a parte l’abilità narrativa, l’onestà del ricordo.

Ci sono le esistenze difficili di famiglie difficili, ci sono i mestieri antichi (il lattoniere, il saldatore, il contadino), c’è sempre, onnipresente la chiesa luterana con i suoi riti, le sue riunioni, i preti, le parrocchie di campagna, le insidie della religione.

E’ il libro di Lars Gustafsson del 2009, pubblicato da Iperborea nel 2012 in italiano col titolo Le bianche braccia della signora Sorgedahl.

L’incipit di questo libro, scuriosando sul web, è giustamente celebrato; è davvero fulminante, ed introduce in modo efficace il tema stesso del ricordo, del ricordare necessario.

Supponiamo, perché assurdo, che io non sia mai esistito. Supponiamo che fosse caduta troppa neve quella sera.

E, poche righe sotto:

Ore durante le quali si sarebbe dunque decretato che io non sarei esistito. Nessuno avrebbe sentito la mia mancanza. Neppure Dio. Che meraviglioso nascondiglio! Non esistere. E quando l’autobus alla fine fosse ripartito, sarebbe stato troppo tardi.

Procede per lampi di ricordo, il libro di Gustafsson, ora con episodietti concatenati e cronologicamente ordinati, ora in ordine sparso. C’è la famiglia, ci sono i vicini, la chiesa onnipresente e i suoi pastori, le famiglie dei pastori, la scoperta del sesso e della passione… Il tutto senza nessunissima enfasi. Solo con pura e semplice intenzione narrativa. Per fermare immagini, luoghi, persone, situazioni.

Ma da quegli spunti che ritornano dal passato l’autore attinge anche considerazioni sul percorso della propria vita, sulle progressive conquiste, sulle consapevolezze che poco a poco si sono fatte strada nella sua mente e nella sua vita, come la questione della noia:

Ho scoperto questa storia della noia, e una volta che la si è scoperta non può fare più nessun danno. (…) La vita è una grande volto vuoto e siamo noi che dobbiamo farlo ridere o parlare.

Storie che si allontanano dalla narrazione principale e che prendono direzioni quasi fantastiche, con questi pastori protestanti che diventano personaggi quasi epici o mitici, protagonisti di storie dal sapore fortemente nordico, o parenti di parenti di conoscenti che diventano comprimari di una grande saga.

La chiesa parrocchiale di Haraker, Diocesi di Västerås, Svezia

La chiesa parrocchiale di Haraker, Diocesi di Västerås, Svezia

C’è anche, verso la fine del libro, una piccola storia dentro la storia. Il racconto della piccola riparatrice di organi da chiesa. Una storia di vento freddo, di chiese fredde, di persone fredde, eppure scaldate dalla necessità di far risuonare di nuovo la musica dell’organo, da troppo tempo sostituito malamente da un armonium inadeguato. Un’attrazione inevitabile, quella del calore della musica, più forte di quella esercitata dalla fede. E’ il capitolo 22: La fanciulla e l’organo della chiesa di Haraker, a pagina 160.  Una ventina di pagine, uno dei capitoli più corposi del libro, e che a buon diritto potrebbe essere letto come racconto a sé stante. Questo episodio che si svolge dentro e fuori la chiesetta rurale, ma anche dentro e fuori dai personaggi del pastore e della ragazza più piccola che alta, più giovane che vecchia, il suo vestito (…) grigio, liso e sfrangiato all’altezza dei polpacci, è una delle perle preziose di questo notevole florilegio di memorie.

Annunci

Responses

  1. sì, anch’io gli iperborea non li sopporto come formato


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: