Pubblicato da: miclischi | 25 febbraio 2013

L’Oro del Reno a Santa Cecilia: Wagner spiega i giochi di potere alla vigilia delle elezioni

La versione di Manacorda con testo a fronte e ricchissime note

La versione di Manacorda con testo a fronte e ricchissime note

Sabato 23 febbraio 2013, al parco della musica di Roma, l’Oro del Reno di Wagner, Vigilia, come ci tiene a precisare Guido Manacorda nella sua versione del 1923, alla sagra scenica dell’Anello del Nibelungo. Ma è anche vigilia di elezioni politiche in Italia, per cui le vicende di dèi, nani, ondine, dèmoni e giganti assumono un particolare sapore didascalico molto calzante al clima pre-elettorale. Wagner incentra tutta la storia sul potere (rappresentato dall’anello) – sinonimo di corruzione della purezza primordiale – e sui modi in cui i giochi di potere condizionano gli equilibri fra le diverse componenti di quella singolarissima società.

C’è il capitalismo spietato e sfruttatore del nano nibelungo che inscena un tentativo di bunga-bunga subacqueo sul fondo del Reno per sottrarre l’oro alle ondine, rinnegando l’amore in favore della sua inesauribile sete di potere; ci sono le vertenze contrattuali fra i giganteschi imprenditori edili e la dirigenza divina che pensa di poter sempre fare come le pare senza rispettare i patti; c’è la poderosa industria metallurgica che si regge sulle condizioni di schiavitù degli operai; ci sono trucchi, sotterfugi, promesse non mantenute; e c’è anche il geniale semidio Loge che esprime il proprio disagio nel mettere momentaneamente da parte l’innato istinto rivoluzionario e anticonformista per accettare un’alleanza scomoda ma necessaria (provocando antesignanamente nel suo elettorato il fenomeno del voto-tappandosi-il-naso).

Insomma, le vicende primeve ambientate da Wagner sulle rive del Reno non rappresentano contesti e situazioni poi così lontani dalla scena pubblica che si svolge al giorno d’oggi sulle rive del Tevere e nel resto d’Italia. Uno dei tanti motivi per confermare l’estrema attualità di Wagner.

Ma quella sera c’è stata, fortunatamente, soprattutto, la musica.

Il Rheingold della Fura dels Baus a Firenze

Il Rheingold della Fura dels Baus a Firenze

Strano vedere un Oro del Reno senza azione scenica. Quando si hanno ancora negli occhi e nella mente i due Ring di Metha al Comunale di Firenze, quello degli anni ’80 con Ronconi e quello di inizio millennio con la Fura dels Baus, è quasi scioccante veder cantare tutta l’opera dagli interpreti impalati davanti ai leggii. Ma ci si fa presto l’abitudine e, per una volta, ci si può concentrare meglio sulla musica.

La prima scena comincia col famoso pedale, nota profonda e tenuta lunghissimamente, sulla quale poi si innestano a poco a poco gli ottoni. L’emozione si taglia con il coltello. E la gioia cresce all’inizio del giocoso rincorrersi vocale delle tre Ondine, tutte molto convincenti, con una menzione speciale per Flosshilde, interpretata dalla mezzosoprano Helmine Haselböck.

Alberico, il nano lubrico, è interpretato dal baritono Andreas Scheibner, e la sua piacevolezza di voce e versatilità espressiva (in un personaggio che richiede più scaltrezza che potenza) è assolutamente soddisfacente anche nelle scene successive. E anche negli starnuti subacquei della prima scena!

Nella seconda scena ci si sposta in ambiente aereo e divino, e fin da subito si presentano al pubblico quelle che risulteranno poi essere le colonne portanti e solidissime di tutta la rappresentazione. Wotan e Fricka, marito e moglie, lui capo degli dèi, le consorte gelosa e aspirante all’ascesa borghese – ma al tempo stesso paladina delle istanze di genere – hanno preso corpo e voce grazie alle interpretazioni superbe del basso Wolfgang Koch e del mezzosoprano Ulrike Helzel. Potenza e grazia, efficacia nel rendere i diversi contesti interpretativi, insomma una prova splendida.

Un Wotan d'altri tempi

Un Wotan d’altri tempi

Quando entrano in scena i giganti costruttori, serpeggiano mormorii in sala: il basso-profondo Dirk Aleschus che interpreta Fafner il maligno è davvero gigantesco!  Fasolt, il gigante baccellone e incline ad affetti non degni di un omone rude all’indirizzo della divina Freia, viene interpretato dal pallidissimo Roman Astakhov, più ridotto di stazza, ma di potenza vocale molto più convincente del gigantesco collega.

Nel panorama degli dèi compaiono anche Freia con i suoi fratelli: Donner e Froh. Se Freia dice solo due parole in croce, Donner si annuncia come leggermente a disagio nel dispiegare appieno la sua pur gradevole voce, ma Froh, uno dei tre tenori dell’opera, risulta invece alquanto appannato.

Poi, finalmente, interviene Loge, la fiamma guizzante, il semidio che in quell’ambiente non è ne amato né apprezzato, tranne che dal Segretario del partito, pardon, da Wotan; il demone graffiante e la coscienza critica degli dèi viziati ed oziosi, che con altrettanto graffiante ed incisiva voce pungola a dovere ora questo ora quel personaggio dall’alto e dalla distanza della propria diversità. E’ lui che nel tripudio finale dell’opera ne sottolineerà il presagio di tragedia; è lui che ammonisce acidamente sul potere che crea dipendenza; è lui che con un intento quasi sarcastico rammenta ripetutamente e sprezzantemente a Wotan che le proletarie ed ime  figlie del Reno attendono la restituzione del maltolto che viene conteso nell’alto dei salotti radical-chic. O almeno, questo è quanto si è visto e sentito in tante versioni del Rheingold. Il Loge del tenore svizzero Peter Galliard, invece, sembra un pesce fuor d’acqua. Sceglie un modo di cantare e di proporsi più salottiero e confidenziale, con movenze gigionesche e ammiccamenti fuori luogo, senza le necessarie schegge fiammeggianti di sprezzo. Peccato, il fulcro stesso di questa vigilia wagneriana evapora in una interpretazione al di sotto delle aspettative.

Nella terza scena si scende sottoterra, nelle miniere e nelle fucine dei nani, annunciate dalla percossione di numerosi incudini da parte di altrettanti martelli. Qui, dopo le delusioni tenorili delle alte sfere, una bellissima rivelazione vocale e interpretativa: Mime, il fratello di Alberico, esprime la sua rabbia e la sua frustrazione tramite la voce e la presenza del tenore Kurt Azesberger. Un vero peccato che la sua parte sia alquanto limitata, perché sentirlo e vederlo è stato un vero piacere.

Si ritorna su, dopo la cattura furbesca di Alberico e del suo tesoro, e nella quarta scena interviene la tredicesima ed ultima interprete. Altra figura chiave di questa vigilia, quasi immagine speculare del fiammeggiante Loge, la madre terra, la dea Erda, madre delle tre norne. Secondo le prescrizioni del libretto, questa possente mezzo-soprano dovrebbe emergere dal sottosuolo (del resto, non è la dea della Terra)?, ma in questa edizione al Parco della musica, fors’anche per non affollare troppo il proscenio di solisti, o per inserire un coup de théâtre molto efficace, l’interprete scende nella galleria alle spalle dell’orchestra. Unica interprete cui viene data la possibilità di un minimo di azione scenica, malauguratamente Andrea Bönig non convince sul piano della voce: alquanto flebile e di certo non adatta all’autorevolezza del ruolo che culmina nel perentorio anatema Alles was ist endet.

Si va verso la fine, si prepara il tripudio finale della tempesta scatenata da Donner, del conseguente arcobaleno, e dell’ascesa degli dèi al Walhalla che usano quel nastro multicolore come passerella. Entrano sul palco anche le signore che prendono posto dietro le arpe (ne sono prescritte ben sei in quest’ultima scena).

Donner scatena gli elementi

Donner scatena gli elementi: Heda Heda Hedo!

Donner e la tempesta: bella, la voce del baritono Martin Tzonev, ben dispiegata, ma lievemente al limite dell’adeguatezza. La martellata arriva puntuale ed efficacissima. Le arpe si danno da fare, non altrettanto i violini primi che all’inizio si sentono poco e si meritano un’occhiataccia del direttore Petrenko… ma alla fine il tripudio dell’orchestra al gran completo funziona davvero, roba da brividoni, e questa ascesa eterea, questo straziante mix di tripudio e di tragedia annunciata raggiungono alla grande lo scopo di suscitare un’emozione immensa.

Il direttore Kiril Petrenko, apprezzatissimo dal pubblico

Il direttore Kirill Petrenko, apprezzatissimo dal pubblico

I primi applausi e i primi Bravo!, infatti, sono per lui, Kirill Petrenko, e per l’orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia. Una prova davvero soddisfacente per il direttore che ha cantato tutta l’opera dall’inizio alla fine mentre dirigeva, e che ha pariteticamente rivolto la stessa attenzione ai suoi strumentisti e ai cantanti solisti. Grande presenza e grande gestualità, buona intesa con l’orchestra (anche se è opinabile la decisione di far suonare lungamente piano i violoncelli nella prima scena all’avvio della scena acquatica – quasi non si sentivano!). L’orchestra ha anch’essa fatto la sua parte e, supplementata considerevolmente per soddisfare le esigenze di organico prescritte da Wagner, ha mostrato un buon amalgama in tutte le sezioni e ha funzionato particolarmente bene nell’articolazione delle variegate percussioni.

Insomma, una bellissima serata di musica; una rivisitazione dell’Oro del Reno – che fa sempre bene -, ma anche uno stimolo alla riflessione dell’ultima ora prima del voto.

Per la cronaca 1: Il libretto di Manacorda è stato negli anni ripubblicato e ristampato in tantissime diverse vesti, ma si trova ancora: qui c’è la pagina ibs.

Per la cronaca 2: Sul canale Youtube dell‘Accademia Nazionale di Santa Cecilia è possibile visionare un video di presentazione dell’Opera e un altro con le prove d’orchestra.

Per la cronaca 3: Si diceva di Loge. Nella celebre edizione di Bayreuth 1987, diretta da Pierre Boulez e con la regia di Patrice Chéreau, il genio della fiamma viene interpretato dal tenore Heinz Zednik che il regista presenta  in versione Riff-Raff. Qui c’è il video del finale dell’Opera nel quale spicca l’interpretazione del tenore di ispirazione rockyhorrrorpictureshowiana.

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Responses

  1. ottima (benché triste) analisi, parallelismo e peccato non aver assistito dal vivo alla finzione wagneriana, ma solo alla drammatica realtà italiana.


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