Pubblicato da: miclischi | 9 dicembre 2012

Nabucco a Pisa: tutti contenti (quasi)

Giardini pensili di Babolonia

Giardini pensili di Babilonia

Dicembre 2012, Teatro Verdi di Pisa: in questa stagione lirica all-stars, arriva anche il Nabucco, dopo la Turandot e la Traviata. E i melomani che si apprestano a vedere quest’opera mesopotamica del giovane Verdi (terza opera, va in scena quasi dieci anni prima del Rigoletto, vent’anni prima della Forza del destino e 51 anni prima del Falstaff) si domandano: ma davvero questo Nabucco è un’opera stellare? Nota al grande pubblico quasi solo per il coro Va, pensiero, sull’ali dorate, non ha quella ricchezza di arie e romanze da cantare in bicicletta o sotto la doccia di cui traboccheranno le opere della maturità; né ci sono i ruoli dominanti della coppiola eroe/eroina (tenore/soprano). Un riascolto prima di andare all’opera, e una rilettura del barocchissimo libretto di Temistocle Solera non fugano completamente questi dubbi, e quindi il melomane si accomòda in teatro con grande curiosità, alla ricerca di sorprese e conferme.

Neon verde fosforescente: non è kriptonite: siamo all'inizio del Nabucco

Neon verde fosforescente: non è kriptonite: siamo all’inizio del Nabucco (foto di Massimo D’Amato, Firenze)

Già durante la Sinfonia, ben eseguita dall’Orchestra Arché diretta da Gianluca Martinenghi, si notano delle curiose luminescenze da sotto il sipario: una specie di luce verde al neon da sala giochi. E infatti, all’aprirsi della cortina, una pioggia di luci multicolori e cangianti inonda il Tempio di Gerusalemme. I fari e faretti variegati devono piacere molto al regista-scenografo-luminarista Antoine Selva, perché ne addobba la scena dall’inizio alla fine con profusione di tonalità e docce luminose alla Triple Rock. Del resto, dopo tutto, siamo quasi a Natale….

Passons. Fin da subito emerge con forza la presenza principale di quest’opera biblica: il coro (in questo caso costituito dall’unione di due cori, infatti al Coro della Toscana si unisce di rinforzo la Società Corale Pisana). E ce n’è davvero bisogno, in quest’opera, di un coro poderoso: fra ebrei, babilonesi, vergini dal labbro innocente, levìti, soldati, donne babilonesi (da non confondere con le suddette vergini), magi… e infine, come ci tiene a precisare il libretto solerano… “popolo”, la scena quasi sempre trabocca di gente. E se nel celebre inno alla patria sì bella e perduta si percepisce ahimè l’usuale sproporzione fra le voci femminili e quelle maschili, non c’è dubbio che i coristi abbiamo fatto davvero un ottimo lavoro (vocale e scenico).

Scena corale dominata da Zaccaria/Todisco (foto di Massimo D'Amato, Firenze)

Scena corale dominata da Zaccaria/Todisco (foto di Massimo D’Amato, Firenze)

Ma, fra il coro, emerge con ieratica presenza e adeguata potenza lui, Zaccaria, il gran pontefice degli Ebrei. L’interprete è Elia  Todisco, uno di quei bassi che sono incredibilmente alti. E nell’interpretare Zac, questo basso dal nome biblico e dal cognome importante (è figlio del tenore Nunzio) svetta davvero, oltre che per altezza (non pare però che sul web siano disponibili i suoi dati antropometrici) anche per autorevole presenza canora e scenica. Si segnala dall’inizio alla fine per la sua prestazione di tutto rispetto, ma incanta il pubblico pisano in particolare con l’estremo protrarsi del profondo suonerààààààààà alla fine del Vieni o Levita… del secondo atto.

Nabucco, proprio lui, il re di Babilonia, è personaggio mutevole: da guerriero trionfatore e spietato diverrà arrogante dittatore con tendenze all’autoapoteosi; stonato dalla folgore divina sarà poi picchiatello e rintronato, per riprendersi in veste di affettuoso padre nell’ultimo atto, culminante con il belushiano “ho visto la luce” della conversione in extremis al Dio d’Israello. Ben si adattano a questi ruoli cangianti la presenza e la voce di Giovanni Meoni, baritono. Si muove con destrezza in tutti i registri richiesti da questo ruolo complesso, ed è gradito anche al pubblico pisano.

E poi c’è lei, Abigaille, vero fulcro di tutte le vicende: ebrei? assiri? dio di qui, dio di là? A lei poco importa: prevale su tutto la rabbia di essersi fatta soffiare sotto il naso l’insipido ebreo Ismaele dalla gnifita sorella Fenena. Ma come: lei audace, lei possente e guerriera, lei intraprendente e presumibilmente assai più sensuale, viene ignorata dall’ambasciatore degli ebrei per quella slavata baciapile, peraltro figlia evidentemente prediletta del re? C’è da incazzarsi e come! E quella furibonda rabbia che l’accompagna e la sprona durante tutta la vicenda (e che rivolge alfine proprio contro se stessa) è cucita dentro il personaggio e dentro lo spartito con un alternarsi di violenza e sprezzo, soavità e delirio, forza e dolcezza. Un tour de force vocale che l’esperta Csilla Boross ha affrontato con grande disinvoltura e superlativa presenza scenica (con grande soddisfazione del pubblico entusiasta).

Abigaille (Csilla Boross) nei suoi panni

Abigaille (Csilla Boross) nei suoi panni (foto di Massimo D’Amato, Firenze)

E qui ci potremmo fermare: tutti gli altri personaggi impallidiscono a fronte della netta predominanza dei tre fuochi principali della vicenda. Ma varrà qui menzionare la bella interpretazione del povero Ismaele da parte del tenore  Stefano Lacolla (ormai di casa a Pisa); la grande squillanza di voce e l’adeguatissima presenza scenica, in quest’opera che – rispetto a quasi tutte le altre – per il tenore è quasi di tutto riposo, gli hanno meritato una particolare attenzione da parte del pubblico pisano nell’applausometro finale (che è stato ad appannaggio quasi esclusivo di Zac, Abigaille e, in misura poco minore, di Nabucco e del direttore d’orchestra). Due parole sulla povera Anna (sorella di Zac), qui interpretata dalla più che adeguata – quando canta – Serena Pasquini: in tutta l’opera dirà due parole in croce, ma la sua bersaniana costernazione viene profusa durante tutta la narrazione scenica. E poi il gagliardo Gran Sacerdote di Belo, qui interpretato dal basso Emanuele Cordaro; la sua aitanza, che lascia supporre carnali connubi con l’inquieta Abigaille, evapora d’incanto quando da vero voltagabbana si unisce al coro degli ebrei abbandonando il proprio sacerdozio e il proprio dio.

Libretto d'epoca

Libretto d’epoca

E la musica? Bel campionario davvero, delle potenzialità verdiane che sbocceranno in tutto il loro splendore nelle successive composizioni. Qui c’è un’altissima densità di temi, di idee creative, di raffinatezze strumentali, e anche una grande abilità nello strizzare i preziosismi del Solera nella musica di Verdi (parafrasando la celebre frase del film Amadeus, qui verrebbe da dire “troppe parole”).

Si segnalano in particolare: le anticipazioni alla musica sacra corale nello straordinario affresco Lo vedeste?… Fulminando…  (ancor più che nel coro a cappella dell’ultimo atto). Poi gli ammiccamenti rossiniani della scena corale S’appressan gl’istanti di donbartoliana memoria. E tutti i temi principali sono sapientemente riassunti (verrebbe da dire campionati) nella possente Sinfonia.

Infine, due parole sulla regia: bei movimenti di massa del coro, bella l’idea di entrare in voce a uno a uno nel coro conclusivo voltandosi d’improvviso verso la scena, insomma fin lì ci si può anche stare. Ma quelle raccapriccianti proiezioni sullo sfondo? Proiettare luce e proiettare immagini pare sia proprio una smania per il regista lucifero, ma quegli sfondi al limite del pacchiano, via, giù… Dalle griglie didascaliche quando si esplicita che gli ebrei sono prigionieri, alle fiammate nella scena della corona strappata di testa a Nabucco dal fulmine divino, fino  al kitsch estremo dell’idolo di Quelo (pardon, di Belo) che si frantuma come sullo schermo di un videogioco… (L’idol funesto – Guerrier frangete – qual polve al suol).

Tranne per le scelte proiezionistiche e le luminarie, una riuscitissima serata all’opera, orchestra e cantanti più che adeguati… Viva Verdi!

Uno dei cori più famosi di Verdi

Uno dei cori più famosi di Verdi

Per la cronaca 1: Il libretto di Temistocle Solera è ricco di  periodi arzigogolati, di parole desuete, e anche di un paio di espressioni che in zona costiera toscana assumono un significato particolarmente pregnante: Oh! ciel! che fia! (scena quinta del second’atto) e Sì, fia rotta (scena quinta del terz’atto).

Per la cronaca 2: I due Todisco (padre e figlio, tenore e basso) cantano insieme un duetto dai Masnadieri di Verdi in un succoso video visionabile su youtube.

Per la cronaca 3: Sull’uso del coro del Nabucco come Inno Nazionale al posto dell’Inno di Mameli sono stati spesi fiumi d’inchiostro. Forse parte della polemica risiede nel fatto che, a quanto pare, nel 1946 l’inno di Mameli fu indicato solo provvisoriamente come inno nazionale della Repubblica Italiana, e sembra che da allora non sia mai stato confermato come tale.

Abigaille con Nabucco nella rappresentazione pisana

Abigaille con Nabucco nella rappresentazione pisana (foto di Massimo D’Amato, Firenze)

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Responses

  1. Sì, siamo affezionati a Lacolla ormai, dopo il bis della Turandot, ci si aspetta molto da lui. Ismaele ha funzionato infatti.
    Buttarsi nel Nabucco è stato un bel viaggiare, ma, caro regista come ti sei “persuaso” a chiudere il sipario prima “va’ pensiero”?
    Ci hai chiuso la tensione emotiva.
    Come ha detto qualcuno in platea “d’altronde, siamo qui per il va’ pensiero, no?”


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