Pubblicato da: miclischi | 16 ottobre 2012

A Pisa una Turandot ad alto indice di gradimento

L’allestimento di Torre del Lago riproposto a Pisa

Pisa, Teatro Verdi, 14 ottobre 2012. In scena: Turandot (che, in questa regione pucciniana, si sente più spesso pronunciata  Turandò  oppure  Turandotte). Un classicone dei teatri lirici toscani, ma fino a un certo punto. Non è fra le opere più amate del Maestro di Torre del Lago, è meno romanticona e sdolcinata, include non pochi elementi di modernità – allusioni molto potenti alle innovazioni musicali mitteleuropee – che all’inizio del Novecento dovevano sembrare veramente osé; insomma è in tutti i sensi più impegnativa di una Bohème o di una Butterfly.

Drammone esotico (siamo in Cina) con fortissime caratterizzazioni dei personaggi e sprazzi di notevolissima poesia nel libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni. Una sintesi spietatamente concisa ma efficace del personaggio che dà il nome all’opera fu ascoltata appunto a Torre del Lago qualche anno fa, quando uno spettatore illustrava a una vicina di poltroncina la vicenda narrata: Lelì era una che l’òmini proprio ‘un li poteva patì.

Prima dell’opera un apprezzato (in quanto brevissimo) intervento del Presidente del Teatro, Giuseppe Toscano, che ha giustamente magnificato il ritorno alla visibilità del soffitto della sala (ma non c’era un lampadario una volta?), mentre il Dott. Cecchini ha detto due parole sulla recente installazione in sala di un defibrillatore per emergenze cardiache. Poi l’orchestra si accorda, entra il maestro viareggino Valerio Galli (giovanissimo, è del 1980) e si comincia.

Un manifesto dell’Opera da Wikipedia

S’apre il sipario su una scena in cui il Popolo di Pekino si agita nello stretto varco lasciato fra il proscenio e l’imponentissima facciata del palazzo imperiale. Il popolo schiacciato, anche fisicamente, verrebbe da dire, dal potere. Ma questa decisa caratterizzazione del popolo si fa ancora più estrema e potente nei costumi (di Franca Squarciapino). A parte le De Fonseca d’ordinanza, infatti, i contadini e i braccianti, le donne del popolo che s’agitano con costante ansia sulla scena non vestono le camiciole senza colletto e i cappelli paglio-conici dell’iconografia classica, bensì sono vestiti di smunte casacche a righe dai colori sbiaditi e tristi; in capo portano cenci raffazzonati in squallide bandane flosce. Un flash potentissimo riporta alla mente le tremende immagini degli internati nei campi di sterminio nazisti all’arrivo dei soldati sovietici. Un popolo di Pekino, quindi, che oltre a essere schiacciato dal potere e dai sadici capricci della principessa topadiaccia, è di fatto privato di ogni libertà, deportato a casa propria, mestamente dedito alla sopravvivenza in attesa del peggio. Dopo tutto, fra i personaggi in scena, il libretto indica anche le ombre dei morti.

Il soffitto restaurato del Teatro Verdi

Ma comincia il canto, e alla riuscitissima presenza corale del popolo si sovrappongono poco a poco le voci dei solisti. Si fa notare subito il basso koreano Choi Seung Pil nel ruolo di Timur, il vecchio padre del principe ignoto. Sarà l’orientalità dell’interprete che contribuisce alla sua efficacia, ma anche la voce morbida e potente si fa apprezzare fin da subito. Liù e Calaf (rispettivamente Silvia Dalla Benetta e Stefano Lacolla) si presentano dapprima un po’ vocalmente ingessati, ma con lo sviluppo della vicenda entrano vieppiù nei personaggi, si sciolgono e fanno un figurone (confermato del resto dall’applausometro finale). Il tenore manda addirittura in delirio il pubblico del Verdi, e il Maestro Galli concede un bis a scena aperta dopo Nessun dorma , cosa che non capita poi tanto spesso . Questa aria, la più famosa e la più popolare anche fra i non-melomani, da quando Pavarotti la inserì nei rituali preparatori dei mondiali di calcio (… all’alba vincerò…), presenta quindi la doppia difficoltà di interpretare un’aria con cui si sono cimentati tutti i grandi, ma anche una “canzonetta” nota a tutti. Lacolla risponde alla sfida in modo più che adeguato, proponendo una sicurezza e una spontaneità (inizia a cantare da seduto) che il pubblico ha voluto giustamente premiare. E nel bis il tenore ha sfoggiato ulteriore scioltezza e bravura, particolarmente nella quasi colloquialità dei due primi vincerò prima dell’acuto.

Lei, Turandot la gelida, sta antipatica a tutti. Per forza: si trastulla tagliando le teste dei suoi pretendenti vantando il diritto di vendicarsi sul genere maschile per la sventurata sorte della sua ava remota. Frigida, fu detto, sadica, spietata, indifferente .. quasi sempre l’antipatia di questo personaggio odioso ricade anche sull’interprete, complici le sforzature che la partitura richiede. Non è un personaggio lieve e gradevole, ed anche il canto di Turandot alimenta questa sua immagine in negativo. E quand’anche l’interprete (in questa serata: Nila Masala) è più che adeguata (la si veda anche in questo traballante ma convincente video amatoriale girato a Torre del Lago), vien difficile serbarne un ricordo in positivo: il ruolo prevale sul canto.

Una parola a parte per Ping, Pong e Pang, le tre cosiddette “maschere” che saltabeccano in scena cercando di dissuadere il principe dal farsi tagliare la testa, che sognano una pensione serena nei loro paeselli d’origine, ma che poi partecipano attivamente al rito di violenza collettiva sulla povera Liù. Il baritono Massimiliano Valleggi e i tenori Cristiano Olivieri e Mauro Buffoli hanno dato vita a un trio formidabile di cantanti-attori che ha accompagnato tutto lo svolgersi della storia.

Orchestra e coro del Festival Puccini ci fanno la loro figura, con mirabili sfoggi solistici nelle sezioni di fiati e ottoni, e con essi il direttore d’orchestra Valerio Galli, osannato dall’applausometro al pari del tenore. Insomma una serata decisamente ben riuscita, il pubblico contento, il soffitto del teatro finalmente senza veli…

Rimane solo la mesta consapevolezza che la favoletta d’amore inscenata in quest’opera, quella che il regista Maurizio Scaparro glorifica in quel “t’amo da morire” che tutti noi una volta nella vita (almeno me lo auguro) abbiamo pronunciato, faccia in verità da paravento alla grave tragedia che si svolge intorno. Tutte vittime sacrificali: la povera Liù che preferisce morire nell’indifferenza generale piuttosto che tradire l’amato; il vecchio Timur che rimane senza guida (ma ora che il figliolo s’è maritato a Corte, magari un posto d’usciere o centralinista magari glielo trovano), il figlio del cielo, insomma, l’imperatore, che nulla può di fronte alle bizze della figlia, condannato a anni e anni di costosa psicanalisi per rimettersi in sesto;  ma soprattutto il popolo di Pekino che, passata la parentesi delle stravaganze truculente della tiranna, tira un breve respiro di sollievo per ripiombare subito nella propria miseria in attesa del prossimo sopruso. Anche il tenore, il presunto eroe trionfante della storia, non è che ne esca poi tanto bene, e di eroico pare abbia ben poco: per correr dietro a una squinzia con gravi problemi psichiatrici lascia con nonchalance torturare la serva e tutto sommato se ne strafotte anche del padre vecchio e infermo… Un bel giovanottino per bene, davvero, non c’è che dire…

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Responses

  1. Ecco qui come ho conosciuto turandot:

  2. […] a questi link ( https://enezvaz.wordpress.com/2012/10/16/a-pisa-una-turandot-ad-alto-indice-di-gradimento/ ) ( http://www.operalibera.net/joomla/recensioni/spettacoli1/618-turandot-pisa-2012 ) potete […]


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