Pubblicato da: miclischi | 15 luglio 2012

Le parole e i dialoghi di Ali Smith

Situazione angelosterminatoresca

There but for the. Romanzo della scrittrice scozzese Ali Smith del 2011. Giocoliera delle situazioni, dei dialoghi senza virgolette, delle parole, la Smith presenta ai suoi lettori un collage poliedrico che ruota attorno a un fatto angelosterminatoresco. Cena in una casa borghese di Greenwich, sobborgo di Londra; per cause imprecisate, a un certo punto della cena, uno degli invitati sale al primo piano, si chiude dentro una camera degli ospiti (molto opportunamente con bagno ensuite) e rimane lì chiuso. Per mesi e mesi. Non si sa perché, non si sa neanche con precisione chi sia, quella persona portata a cena da un amico di un amico. Non si sa neanche con certezza perché nessuno faccia qualcosa di concreto per tirarlo fuori.

Questo è il fatto (The fact is… è un tormentone che permea tutto il libro, ripetuto e ripetuto quasi ossessivamente). E una delle facce del contorno è proprio il tema di che cosa sia davvero un fatto e che cosa sia un’impressione, o un fatto riportato, un fatto presumibilmente vero ma chissà, o un fatto che altro non è che il frutto di una convenzione. Non è un caso che la vicenda si svolga a Greenwich, a un passo dal celebre osservatorio. Il meridiano zero. Quello da cui si conta la longitudine Est oppure Ovest. Ma è un fatto che quello sia il meridiano zero? Perché tanti turisti si fanno fotografare su quella linea immaginaria? Ma allora è realtà o immaginazione?

Complesso ma godibilissimo

Poi ci sono le persone: un’altra sfaccettatura della questione è la girandola di persone che ruotano, da vicino o da lontano, per caso o per mistero, intorno a Miles, l’ospite auto-recluso. Ci sono i padroni di casa, il conoscente che lo aveva portato a cena (che inscena in continuazione dialoghi con la madre morta), la figlia dei vicini, l’unica che riesca davvero a stabilire un contatto con lui; la figlia dei padroni di casa che fa la volontaria in una casa di riposo per anziani dove incontra una vecchia morente che la coinvolge in una avventura pazzesca e che – si scoprirà – era anch’essa in relazione con Miles; la compagna di scuola con cui era stato in gita scolastica in Francia, cui cominciano a riaggallare con forza ricordi di quel ragazzo di trent’anni prima; ma, soprattutto, la folla di fan che si affollano sotto la finestra della camera dove Miles si è rinchiuso. Mistici, curiosi, arrivisti, venditori di souvenir, mitomani… la piccola folla è essa stessa un campionario d’umanità.

Ci sono poi le parole, le frasi, i significati, i fraintendimenti, i giochi di parole fonetici (onore a F. Aceto che si è cimentato nella traduzione italiana di questo romanzo – un analogo problema di quasi-intraducibilità aveva riguardato il primo romanzo della Smith, Like).  Brooke, la bambina-prodigio figlia dei vicini, troppo sveglia e intelligente per andare a scuola, intavola dialoghi con gli adulti sul tema stesso del linguaggio, delle sue pieghe e dei suoi equivoci. E annota tutto sui propri taccuini Moleskine.

C’è poi il tema caro, carissimo alla Smith, dei dialoghi. Si sa, questa autrice aborre le virgolette, per cui le parole parlate si confondono e si mescolano con quelle narrate. Mum? Brooke said. I’m really busy, Brooksie, I’ really having to concentrate, her mother said. Tutto così, di seguito, senza capoversi né interpunzioni. Il dialogo si fonde davvero nella narrazione e una volta superato lo sgomento il lettore si lascia avvolgere da questo continuum di parole senza soluzione di continuità

L’edizione italiana

Già, poi ci sono le quattro parole. Le parole del titolo cui è dedicato un capitolo per ciascuna. E cui sono dedicati anche proprio piccoli trattatelli o riflessioni (interlacciate, appunto, nei dialoghi fra i personaggi). … the thing I particulary like about the word but , now that I think about it, is that it always takes you off the side, and where it takes you is always interesting. Oppure le riflessioni sull’usare o non usare l’articolo the. Il There che assume un significato particolare a seconda che ci si trovi al di qua o al di là del Meridiano Zero…

Insomma, una lettura articolata, a tratti faticosa (come nella lunghissima sezione sui dialoghi per lo più insulsi fra i commensali della famosa cena), eppure estremamente appagante.  Stampato con allineamento a sinistra e non giustificato come di  solito, questo racconto mutua le annotazioni della piccola Brooke sui propri taccuini. E si diverte, l’autrice, a rincorrere i personaggi e a rincorrersi fra loro. Giocandoci, giocando con le loro storie, le loro parole, i loro limiti.

Un lavoro di grande complessità che però, forse in particolare per gli amanti della scrittura smithiana, regala dei momenti di grandissima gioia di lettura.

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Responses

  1. ganzo!
    non ho mai letto niente di lei
    dovrei


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