Pubblicato da: miclischi | 10 luglio 2012

Vino e musica in Maremma

Les Grands Crus Musicaux

Nato in Francia per iniziativa del pianista Marc Laforet, il festival Les Grands Crus Musicaux ha lo scopo di far musica nelle grandi proprietà vitivinicole. Lo stesso promotore ha ideato anche questa costola italiana del Grands Crus che si chiama Melodia del vino. E questa edizione 2012, tutta in Toscana, certamente ha ben tradotto lo spirito bordolese dei suoi ideatori.

Bella serata, il 30 giugno, nelle campagne di Giuncarico, subito dopo Gavorrano scendendo lungo la superstrada maremmana che ha rimpiazzato la vecchia Aurelia. Il concerto era in programma nella celeberrima cantina progettata da Renzo Piano.  Si tratta dell’Azienda Rocca di Frassinello. Può piacere o non piacere, quel grosso volume arancioncello nelle campagne verdi dove magari si apprezzano di più i tradizionali casali maremmani, ma una volta riusciti ad arrampicarsi fin lassù, la vista è proprio un incanto. La vista del paesaggio, certo, ma anche quella delle vassoiate di salumi e delle tavolate di vini per il rituale assaggio/degustazione prima del concerto. Notevoli il salame, il lonzino, il presciutto, e notevoli anche i rossi OrnelloPoggio alla Guardia.

Sulla terrazza dell’Azienda Rocca di Frassinello a Giuncarico

Poi, lemmi lemmi, si scende sotto alla vasta terrazza, nella cantina vera e propria, in una processione di gente di diversa provenienza e nazionalità. Gran sfoggio di vestiti da sera ma anche gente normale vestita normale. Dopotutto siamo in campagna e non a teatro.   L’ingresso nell’ambiente dove si svolgerà il concerto è, senza mezzi termini, mozzafiato. Una specie di cratere quadrato che scende verso il basso in balze concentriche, ognuna tutta sottolineata da un’ordinata fila di botti di vino. In fondo, l’arena, pardon, il palco al contrario, cioè sprofondato invece che sopraelevato. Le seggioline di pràstia da sagra paesana, a dire il vero una piccola stonatura in quell’ambiente puramente legnoso, son disposte girogiro intorno all’arena e a chi non è dotato di un passi speciale, ma ha invece pagato un plebeissimo biglietto, tocca accomodarsi nelle seggioline disposte dal lato opposto dell’ingresso mozzafiato, vale a dire alle spalle dei musicisti. Ora, se si fosse trattato di un concerto sinfonico con bella orchestrona laggiù nell’arena, tutto sommato, poco male. Ma un concerto da camera con violino e pianoforte, vederlo dal retro, via, ha davvero poco senso… Passons; dopotutto, l’ambientazione di per sé è già uno spettacolo.

Musica fra le botti

Qualche discorso di circostanza da parte di organizzatori, amministratori etc. Poi arrivano finalmente i musiciscti. Lui, proprio il suddetto pianista Marc Laforet, con quella sua aria di capellone sempre un po’ sfavato; lei, la violinista Sayaka Shoji, come al solito vestita in rosso, esile, minuta e sorridente. Non era stato distribuito un programma di sala, ma poco prima dell’arrivo dei musicisti era stata annunciata la sequenza dei pezzi della serata, dei quali in precedenza si conoscevano solo gli autori.

Sayaka Shoji: piccola grande presenza

Il duo parte con l’allegro sciabordìo ruscellante della Sonata N. 5 di Beethoven (La Primavera). E qui si solleva qualche sopracciglio fra il pubblico. O meglio  fra alcuni di quelli che erano venuti per sentire (e possibilmente vedere) i musicisti e non solo per ammirare le meraviglie architettoniche della cantina. Il pianoforte se ne usciva con un suono impastato e quasi ovattato, mentre il violino, ancorché sovrastante il pianoforte, con un volume di suono tutto sommato un po’ soffocato.  Brillante comme il faut la Shoji nel saltellante scherzo. Tutti contenti, applausi (a dire il vero il pubblico era forse più di vinai che di appassionati di musica, visto che sistematicamente applaudiva alla fine di ogni movimento senza aspettare la fine della sonata; un programma di sala sarebbe stato utile anche in questo…).

Si continua con Janacek e la sua sonata per violino e pianoforte. E qui la Shoji ci si trova proprio bene; infatti questo tira e molla fra il retaggio romantico e gli aneliti modernisti (siamo nel 1914) pare fatto apposta per i bruschi cambi di registro che la violinista Giapponese è proprio abile a ben gestire.

Intervallo. I salumi e il vino del pre-concerto hanno fatto il loro legittimo lavorìo, e il pubblico esce dalla sala anelando a una bella sorsata d’acqua minerale (uno degli sponsor della manifestazione) sulla terrazza dove poc’anzi scorreva il vino. Macché: il pubblico era condannato a rimanere nella cripta e, tutt’al più, a soddisfare la propria sete al lavandino del cesso. Passons…

Dalla direzione giusta

Dopo l’intervallo si ricomincia con Debussy e la sua Sonata. Qui il pianoforte ci va meno di accordi e più di arpeggi, e finalmente la qualità del suono ci guadagna. Una sonata apprezzata anche dai non conoscitori, lieve e convincente.

Infine La terza Sonata di Brahms. Il romanticone che accalappia il pubblico e poi quasi lo ipnotizza con quel motivo saltellante del terzo movimento (Un poco presto e con sentimento) nel quale la Shoji dà via libera anche al suo pizzicato.

Applausi e applausi e applausi, ed ecco il bis: Due canzoni rumene di Bartók.

Un colpo d’occhio notevole

Invece dei fiori, per i musicisti arrivano due boccioni magnum di vino presentati dal proprietario della tenuta, che intesse le lodi dei propri vini e nell’offrire i propri doni non  ricorda il nome della violinista (che viene chiamata, appunto, “la violinista”; del resto, diciamocelo, questi nomi giapponesi non sono poi così facili da memorizzare…); alla fine i musicisti gentilmente declinano l’offerta di sgropponarsi tali gravosi doni su per la scalinata per uscire dall’arena e tutto finisce lì. Il pubblico con la bocca impresciuttata esce a riveder le stelle. Felice della bella serata in un bel posto. Un po’ deluso di non aver potuto godere dello spettacolo se non di spalle (c’era ampio spazio, in fondo all’arena, per disporre le seggioline in file ordinate e accomodare tutti gli spettatori con visione frontale, ma allora… addio effetto scenico!), in particolare per quanto riguarda la Shoji che,  come riccamente verificabile su youtube, esprime proprio una gran mimica e fisicità mentre suona, uno spettacolo nello spettacolo. Una mimica e una fisicità che viste di spalle, francamente…

Dalla fotogalleria sul sito web di Sayaka Shoji

Per la cronaca 1: un video-spot della serata nella cantina di Giuncarico è visibile su youtube. Nonostante le impressioni ricavate dal vivo, il video si spertica in lodi della straordinaria acustica della cantina, cosa di cui pare vada fiero anche l’architetto-progettista. Già, perché infatti, anche l’acustica dell‘Auditorium di Roma (stesso Architetto)…

Per la cronaca 2: Sayaka Shoj è stata la prima giapponese a vincere il Concorso Paganini di Genova. E aveva solo 16 anni. Uno dei suoi videi  più visti su youtube – proprio perché permette di apprezzare, oltre alle sue doti di virtuoso interprete, anche la straordinaria mimica facciale –  è quello del Concerto per violino e Orchestra di Ciaokovski, con il Maestro Temirkanov.

Per la cronaca 3Il sito web di Sayaka Shoji è ricchissimo di contenuti audio e video, e contiene anche un interessante video di cui la violinista giapponese è coautrice.

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Responses

  1. suggerisco vivamente il video su you tube
    in particolare dal minuto 3.37
    la doppiatrice di shoji sembra una di iodoppio

  2. benvenuto nell’universo GAESHI

  3. è bellissima quando suona.


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