Pubblicato da: miclischi | 25 giugno 2012

Lucía Etxebarria & Guy Debord: un collage delle emozioni

Lucía Etxebarria

Prima che cominci il libro vero e proprio, l’autrice propone uno schemino. Al centro tre nomi sullo stesso piano: Mario, Pumuky e Romano. Tutto intorno, qualche mezza dozzina di nomi: uomini e donne collegati da linee dritte o curve, posti uno sopra all’altro o di fianco, con acrobazie ardite per collegare due o più nomi che si trovano dalla parte opposta del groviglio. Proprio così: un groviglio, un gomitolo arruffato. Questo ci presenta Lucía Etxebarria prima ancora di cominciare a raccontare le sue storie.

Che sono poi, quelle storie, esse stesse un groviglio di persone, situazioni, sensazioni, diverse e uguali, diversissime eppure legate, aggrappate quasi disperatamente ai pochi appigli comuni. Prima di tutto Madrid, le sue notti, i suoi locali. Poi il trio del gruppo fighissimo e lanciatissimo (Sex and Love Addicts). E, fra tutti, un riferimento certo intorno al quale ruotano (e si aggrovigliano) tutte le storie e tutte le persone: lui, Guy detto Pumuky, il cantante che non ha voce né orecchio, ma che manda in delirio le sale da concerto con la sua smania di esibirsi, di sedurre, di farsi amare e desiderare.

Antefatto: Pumuky muore in circostanze misteriose; e il libro si presenta come un collage di interviste alle persone che – a diverso titolo – hanno avuto a che fare con lui. Capitoletti di intervista alternanti a capitoli narrativi. Dopo un po’ si smette di consultare il diagramma all’inizio del libro e ci si lascia aggrovigliolare dalle vicende di tutti quei personaggi fortemente caratterizzati, tutti alle prese con le proprie emozioni, ansie, paure, necessità, schiavitù. E, naturalmente, con le proprie verità e falsità.

La foto di copertina, di Marta Fernandez Etxebarria (la nipote)

Ecco Lo verdadero es un momento de lo falso, romanzo uscito nel 2010 (del romanzo successivo, uscito un anno dopo, si ragionerà a breve su questi schermi). Ritornano anche in questo libro della Etxebarria i suoi temi più cari, il labirinto delle relazioni umane, il sesso, le diverse angolazioni dalle quali si può vedere o percepire la stessa persona, lo stesso fatto, lo stesso luogo… In questo libro, per di più, ha la grande chance di eleggere a suo portavoce un cadavere. Il Pumuky morto intorno al quale si accende -per così dire – il dibattito. Mario e Romano, i suoi compagni d’arte e di vita, i suoi amici e amiche / amanti, tutti sopraffatti al suo irresistibile fascino, da quella attitudine tragica che lo porterà alla fine, lo raccontano. Ma altro non è che un pretesto per raccontare se stessi.

La narrazione volutamente spezzata – e labirintica – ben si presta a questo collage delle emozioni. E così convivono benissimo, fianco a fianco, le esplicitissime cronache degli accoppiamenti dei personaggi, lo svisceramento delle difficili relazioni genitori-figli, o il racconto delle delicate ma potenti parole scambiate in aereo da due donne che si incontrano per caso. E così vanno a braccetto anche le brevi fulminanti riflessioni sulla musica, sulla fotografia, sulla psicoanalisi…

Chet Baker con Halema fotografati da William Claxton. Iria, una delle donne della storia, prende spunto da questa serie di immagini per una riflessione molto delicata sulla musica e sulla fotografia.

C’è anche un intento fortemente caratterizzato, al limite del didascalico, in questa opera della Etxebarria: riportare potentemente alla ribalta il pensiero (principalmente ma non solo) di Guy Debord, pensatore francese noto fra gli altri per aver fondato il movimento della Internazionale situazionista, e per aver pubblicato nel 1967  il libro La società dello spettacolo. E’ di Debord la frase che dà il titolo al libro, e che viene proiettata su uno schermo durante i concerti dei Sex and Love Addicts. Del resto, questo estratto dall’opera fondamentale di Debord, la dice lunga sulle intenzioni programmatiche della Etxebarria: … lo spettatore è completamente dominato dal flusso delle immagini, che si è ormai sostituito alla realtà, creando un mondo virtuale nel quale la distinzione tra vero e falso ha perso ogni significato.

L’ultimo capitolo – non risolutivo, ci mancherebbe – tira un po’ le fila e si concentra, con una delicatezza e una intensità davvero straordinarie, sull’eredità lasciata dal personaggio-Pumuky. Con la sua vita, con i ricordi che ha appiccicato a forza su tutti quelli che lo hanno incontrato, già avrebbe lasciato una traccia indelebile. Ma Romano il bassista, l’unico vero musicista del gruppo, ascolta centinaia di volte (centinaia!) gli abbozzi di canzoni lasciate incompiute dal leader del gruppo. E lì trova il più potente lascito del cantante-amico-compagno di vita che lo ha lasciato per sempre. Che ci ha lasciato tutti per sempre.

Per la cronaca 1: Una intervista (bruttina, ma tant’è) alla Etxebarria su questo suo libro si trova qui.

Per la cronaca 2: L’edizione italiana (Il vero è un momento del falso) è stata pubblicata da Guanda nel 2011, nella traduzione di Roberta Bovaia. 306 pagine, 17 euro.

L’edizione italiana

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Responses

  1. […] la cronaca 1: Un fatto con una varietà di antefatti: si ragionava tempo addietro qui sul romanzo di Lucia Etxebarria (che partiva dalla stessa idea narrativa)  Il vero è […]


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