Pubblicato da: miclischi | 25 aprile 2012

Melville turista colto in Italia, ma frettoloso a Pisa

Herman Melville

Il diario italiano di Herman Melville (in realtà una sezione del suo più corposo taccuino di viaggio in Medio Oriente e in Europa – Journal of a visit to Europe and the Levant) non è un’opera letteraria. Si tratta infatti di un vero e proprio brogliaccio con appunti presi di getto, a volte solo liste di luoghi, persone, opere d’arte, situazioni: un materiale da riorganizzare poi per altri usi (come per i cicli di conferenze che l’autore statunitense organizzò dopo essere tornato in patria). Ma anche a prescindere dal valore intrinseco della scrittura, questo taccuino di viaggio contiene in sacco di informazioni di varia natura sulle città visitate da Melville:  Messina, Reggio Calabria, Napoli, Roma, Pisa, Firenze, Bologna, Ferrara, Padova, Venezia, Milano, Novara, Torino, Genova.

Grazie anche questa edizione italiana delle Edizioni Robin che, dopo una nota introduttiva e una bibliografica che racconta a modo la vita dell’autore, infioretta il testo di utilissime note.

Prima di tutto Melville ha approcciato il viaggio in Italia con un discreto bagaglio di conoscenze sulla storia, l’arte e la letteratura; il che non si limitava alla conoscenza dei monumenti, delle città e dei dipinti più celebri, ma anche alle opere di autori come il Machiavelli.

Una bella edizione italiana

Poi la testimonianza storica: in questi tempi in cui echeggiano le celebrazioni per i centocinquant’anni dall’unità d’Italia, fa un certo effetto leggere il resoconto di qualcuno che ha girato in lungo e in largo la penisola pochissimi anni prima dei Mille e dell’unificazione (il viaggio di Melville in Italia à del 1857). Ci sono frontiere, dogane, eserciti, polizie, servizi immigrazione, insomma tutto quel caleidoscopio di situazioni che era l’Italia pre-unitaria.

E la logistica? Per andare da Reggio Calabria a Napoli in vapore ci volevano 38 ore; un lusso, a confronto delle 20 ore di diligenza fra Napoli e Roma. Da Roma a Livorno ci si andava prendendo la nave a Civitavecchia (forse per scansare la malarica Maremma?) Poi i treni del Nord, le navigazioni nella laguna di Venezia, insomma questo libro può anche essere letto come una storia dei trasporti pubblici nell’Italia alla metà dell’Ottocento.

Le opere d’arte: ce n’è una vera e propria indigestione. Annotate con scrupolo, a volte con qualche nota critica, o emotiva. A volte conferme, a volte delusioni, a volte in aperto contrasto con quanto recitato dalle guide turistiche del tempo: insomma la possibilità di poter vedere di persona tanti tesori dell’arte era di sicuro lo scopo principale di questo viaggio di Melville in Italia.

Infine vi si ritrovano, a oltre centocinquant’anni di distanza, attitudini turistiche che non sono cambiate: al suo arrivo a Pisa la mattina, Melville va a visitare la piazza del Duomo e il Camposanto Vecchio; poi fa due passi in lungarno soffermandosi sulla chiesa della Spina, e poi lo stesso pomeriggio prende il treno per Firenze. Insomma, un turismo mordi-e-fuggi che si vede era già una specie di regola fissa per i turisti a Pisa a quei tempi, e che non pare sia cambiata un granché anche al giorno d’oggi.

Herman Melville: Diario italiano, Robin Edizioni, 2002 (pubblicato nella collana La biblioteca di viaggio nel 2011) – Traduzione e note di Guido Botta. 120 pagine, 12 Euro.

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