Pubblicato da: miclischi | 19 gennaio 2012

La Bohème del 15 gennaio a Pisa

All'origine fu Henri Murger

Rieccola, la Bohème a Pisa. Un classicone nelle stagioni liriche del Verdi (un cartellone, del resto, questo del 2011-12, pieno zeppo di classici dei classici: Cavalleria-Pagliacci, Rigoletto, Buttlerfly… strano non sia stato messo in programma anche un Mefistofele…).

Domanda: si può rimanere soddisfatti di una serata all’Opera anche se i cantanti non entusiasmano, se i loro attacchi sovente vacillano, se le voci non hanno a tratti la possanza necessaria… Insomma: può piacere un’opera in cui l’elemento che solitamente si considera il principale – le voci dei cantanti – non soddisfa più di tanto? La risposta, per questa Bohème del 15 gennaio 2012, è: certamente sì.

Si sente già da subito, nello scoppiettante e poliedrico primo quadro, che l’orchestra, sotto la guida del Maestro Francesco Bonnin, produce un sound di grande colore e calore (uno degli elementi più apprezzati della serata); poi le scene di Italo Grassi, gustosamente classiche e arditamente moderne; infine la regia di Marco Gandini: fedele ma con un pizzico essenziale di inventiva. Prorio nel primo quadro si annunciano le carenze canore; ma pazienza. Quel che prevale, in questo allestimento, è il riuscitissimo amalgama di tutte le componenti. E il caleidoscopico mutar di situazioni in cui questo quadro presenta innumerevoli varianti operistiche riesce benissimo. C’è il duettare tenore-baritono; poi il quartetto maschile; l’inserto col bassocomico; infine l’amoroso duettare fra tenore e soprano. Con i finali acuti fuori scena tutto sommato passabili.

Secondo quadro: davanti a Momus

Stupisce all’inizio il secondo quadro. Ma come: e la piazzetta del Café Momus? Una scelta molto azzeccata ci fa vedere Parigi, o meglio il Quartiere Latino, in una sua più tipica angolazione: una viuzza stretta nella quale i passanti si affollano e quasi fanno fatica a passare. E la festosa moltitudine natalizia che si assiepa nell’esiguo spazio fra i negozi e il proscenio si immagina abbia davvero un gran daffare a districarsi in quell’imbroglio di corpi e di voci. Ma l’effetto scenico è straordinario. Così come l’aprirsi delle vetrate del Café Momus in uno scorrer di pannelli e sgusciare di scene. Il coacervo pazzesco di voci, scene, situazioni, caratterizzazioni, riesce benissimo in questo secondo quadro (con entrambi i cori all’altezza della situazione); e poi compare finalmente Musetta, amatissima dal pubblico pisano.

Il terzo quadro, con la sua neve di carta che lentamente scende in scena, è quello lento, interlocutorio e filosofico. Qui si sviscerano e si squadernano le scelte di vita – radicalmente diverse – delle due coppie di giovani amanti: Rodolfo e Mimì mortalmente condannati al triste patimento senza esito; Marcello e Musetta trascinati nella turbolenta gioiosità – e tormento –  della loro giocosa passione “lieve”. E qui cominciano a scorgersi in platea i primi sussulti si spalle e i primi passaggi di fazzolettini di carta (opportunamente forniti in gran quantità prima dello spettacolo dagli ausiliari parcheggiatori senegalesi nelle vie del centro). Del resto, come resistere a quello straziante e definitivo ..,. la povera piccina è condannata?

Ultimo quadro: la tragedia

Si torna nella soffitta degli artisti, nell’ultimo quadro. La scena, dal disordine creativo del primo quadro, si è trasformata nel gelido e scarno vano spoglio in cui il poeta e il pittore condividono i propri vuoti artistici e affettivi. Poi succede tutto in un precipitare di situazioni verso l’inevitabile tragedia. Ecco, in questo sconsolato epilogo, una nota di merito va alla regia molto attenta a sottolineare le dinamiche di gruppo dei quattro giovani scapestrati ragazzi. Non è solo una questione di veder svanire nel nulla le effusioni di Rodolfo e della morente Mimì: gli amici di Rodolfo in questo allestimento si mostrano davvero amici, partecipi, straziati come se non più del fraterno poeta. Questo quarto quadro, nonostante le due hit di Colline e Mimì non siano particolarmente convincenti, riesce comunque nell’insieme a reggere benissimo.

Prova ne sia la grande commozione che pervade tutto il pubblico. E qui davvero si intensificano i passaggi di fazzoletti per asciugare le copiose lagrime che la vicenda esige. Dice la signora della fila davanti: lo saprò come va a finire? Eppure se la rivedessi domani ci ripiangerei…

L’applausometro finale, generalmente più fioco che in altre rappresentazioni, premia senza esitazione Mimì (la giovane siciliana Jessica Nuccio). Secondi a parimerito, Marcello (Sergio Vitale)  e Musetta (la polacca Ewa Majcherczyk). Per gli altri solo applausi piuttosto tiepidi. Trionfo invece per il direttore e per  l’Orchestra della Toscana.

Abène la Bohème al Verdi. Come ci si patisce… e come ci si piange volentieri…

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