Pubblicato da: miclischi | 1 dicembre 2011

Edmund White racconta Marcel Proust

Benedetta sia la libreria Mel Book in Via Nazionale a Roma, e il seminterrato suo, ricco di remainders, libri d’occasione, perle piccole e grandi della bibliografia universale.

Raro che l’esplorazione dei suoi scaffali non produca qualche bella sorpresa, o qualche riscoperta. Più di un libro recensito su queste pagine proveniva proprio da quegli scaffali, ed anche questa volta fra le montagne di libri d’occasione è stato trovato un piccolo tesoro.

Il Ritratto di Marcel Proust scritto dall’autore americano Edmund White (nella bella traduzione italiana di Diana Mengo – peccato per quel “redarre”) è un libriccino denso e lieve al tempo stesso. Denso perché ripercorre in 150 pagine  tutte le fasi della vita dello scrittore francese, interlacciandole con i volumi e i capitoli della sua Recherche; lieve perché la scrittura brillante di White alleggerisce le proverbiali lunghe divagazioni di Proust e si concentra sui fatti, sui personaggi e sui momenti salienti della vita dello scrittore.

Alla ricerca del tempo perduto. Sette volumi,dalle 2.300 alle 4.500 pagine, a seconda delle edizioni in italiano, anni e anni di lavoro condito con auto-reclusione e malattia. A chi ha letto con calma costanza – e immensa gioia –  tutti i volumi negli anni della gioventù, può rimanere un ricordo che si sbilancia soprattutto sulla voluminosità, sulla lentezza, ed anche sull’approccio di Proust alla letteratura e alla vita. Ne potrebbe risultare una laconica definizione: Biografia prolissa di gay nullafacente.

Ebbene, questo libriccino di White risveglia l’interesse e la curiosità, ripresenta fatti e personaggi alla luce della vita vissuta dell’autore, e alla fine, diciamolo, fa venir voglia di andare a rileggere la Recherche. Anche perché, nonostante le migliaia di pagine e la meticolosità dello stile proustiano (contapposto proprio da White allo sperimentalismo del contemporaneo Joyce) bisogna tener fermo un punto fondamentale: proprio come dice Roberto Calasso sul Corriere della sera del primo dicembre 2011, alla lunga, soltanto la qualità non annoia.

Marcel Proust fotografato da Man Ray sul letto di morte

Ma torniamo a White: fra le tante storie nella storia, si scopre che Proust si dedicò alla traduzione dall’inglese senza conoscere l’inglese,  oppure si apprendono i commenti di uno degli editori ai quali Proust cercò senza successo di far pubbllicare il primo volume della sua opera (Sarò ottuso, ma non capisco come si possano scrivere trenta pagine per raccontare come ci si rigira nel letto prima di addormentarsi); si trovano riferimenti all’entomologo Jean-Henry Fabre (avo del nostro contemporaneo artista e autore di teatro), e anche degli importanti riferimenti a Wagner (la Tetralogia e il Parsifal) e al Théatrophone; si aggiungono sfaccettature all’estrema possessività di Proust negli affetti, alla sua prodigalità, alle sue tante manie.

C’è poi la questione uomini, donne, omosessuali, eterosessuali. Donne del romanzo che si sono ispirate a donne della vita reale, oppure a uomini; gli uomini ispirati agli uomini… Edmund White la sa lunga, per così dire, in tema di letteratura gay e di vita gay (si ricordi qui solo il suo capolavoro: La sinfonia dell’addio); la sua visione dei fatti e della narrazione proustiana, oltre alla splendida sintesi, è caratterizzata da una competenza specifica che di sicuro contribuisce a fornire uno sguardo più completo sulla vita e sull’opera monumentale di Marcel Proust. Nella ricca bibliografia, infatti, White aggIunge una sua postilla all’opera del più importante biografo proustiano di lingua inglese (George D. Painter): ..l’unica ragazzina perduta per la quale [Proust] poteva piangere era quella dentro di lui.

Edmund White: Riratto di Marcel Proust (traduzione dall’inglese di Diana Mengo). Lindau 2010. 160 pagine. Diciotto euro.

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