Pubblicato da: miclischi | 31 ottobre 2011

Due storie di corna e sangue: non siamo alla corrida ma all’Opera

Libretto del 1906

Pisa, Teatro Verdi, 30 ottobre 2011. Va in scena la consueta accoppiata di opere brevi: Cavalleria Rusticana di Mascagni e Pagliacci di Leoncavallo.

Cavalleria Rusticana

S’apre il sipario su una scena apocalittica: uno scorcio di paese con case sventrate (che sia un terremoto? una bomba? una fuga di gas?), muri crollati, tetti volati chissaddove, finestre pencolanti, anche una trave pericolosamente in bilico nella stanza diruta che trovasi al centro del palcoscenico. Che sia un omaggio alle sartoriane Macerie? Impossibile, trattasi di una produzione livornese. O al bombardamento di Pisa del 31 agosto 1943 (no, idem come sopra). O al terremoto dell’Aquila? Non c’è un nesso anniversaristico. Insomma, non si sa il perché di questa gran tragedia, ma prendiamone atto e andiamo avanti.

In mezzo alla stanza sfasciata che troneggia in primo piano sulla scena (invece della piazza della chiesa del paesino siciliano che tutti s’aspettavano) , un letto dell’Ikea coperto di bianco. In mezzo al letto, fin dalle prime note, una donna pettoruta e discinta, con una veste nera traforata, si dimena in pose budellizie. Sarà di certo Lola, pensa l’incauto spettatore. Dopo tutto, delle donne fra le quali si barcamena l’inquieto Turiddu, Santa fa la parte della santa tradita e abbandonata (ancorché in flagranza di peccato avendola data via prima delle sacre nozze), mentre quella che appare più disinvolta nel gestire le proprie passioni (zoccolesche appunto, nell’etica siciliana ai tempi del Verga) è proprio Lola. Macché, le circostanze ed i riscontri librettistici riveleranno in seguito che la pupporona discinta era proprio la povera Santuzza.

Intermezzo (e non, come qualcuno dal pubblico pretendeva di precisare: "Intervallo").

Si sa che questa Cavalleria ha un sacco di spazi riempiti solo di musica, senza canto e senza azioni sceniche codificate dal libretto. E così, quella povera donna evidentemente anziosa deve star lì ad agitarsi sul letto per un bel pezzo. Poi arriva la processione delle donnine vestite da donnine di paese che vanno alla messa di pasqua, e da omìni vestiti da camerieri (anche col fiocchino).

Insomma, tutta la vicenda si dipana intorno a questa casa crollata col letto sfatto. Non senza qualche gustoso inserto comico, come quando i coristi devono accomodarsi “in camera” ed arrampicarsi perigliosamente sull’instabile materasso, per cantare la perla centrale dell’opera: “Inneggiamo, il Signor non è morto…“, uno dei corì più potenti e coinvolgenti dell’intero patrimonio melodrammatico mondiale.

Insomma l’opera va avanti, arriva il burbero Alfio (l”unica voce convincente: il baritono coreano Leo An), si sbicchiera nel brindisi, Mamma Lucia si costerna, Lola fa la svergognata, insomma, tutto (o quasi) come da copione. Il grido finale non c’è, viene “detto” da una non cantante (se ne ragionerà dopo), cala il sipario, l’applausometro di Sette Voci premia Leo An e comunque il clamore si spenge quasi subito.

Nell’intervallo, il popolo del Verdi è scontento. Dell’allestimento, delle scelte registiche che hanno più che altro intristito la Cavalleria, delle raccapriccianti video-proiezioni sullo sfondo… Si salva alla grande il direttore, quello sì. Anche se l’Orchestra della Toscana ha brillato più nelle sezioni archi-fiati che in quelle ottoni-percussioni, il risultato orchestrale – sotto la guida di Jonathan Webb – è risultato nnel complesso soddisfacente.

Quando si usavano le riduzioni per pianoforte

Pagliacci

Si ritorna in sala un po’ prevenuti (dopo tutto il regista è lo stesso: Alessio Pizzech). E invece succede il miracolo: dopo il prologo (ben cantato da Alfio… pardon, dal baritono Leo An il quale, smessi gli abiti del carrettiere, si è fatto Taddeo), una bella sorpresa. Il palcoscenico riproduce le panche raccolte intorno alla piccola arena di un teatrino ambulante, i corridoi della platea diventano le viuzze del borgo calabrese in cui si svolge la vicenda, i cantanti si aggirano fra gli spettatori nel raggiungere l’arena… Tutta un’altra musica. Se a questa scelta registica azzeccata si aggiunge il gioioso e ben assortito coro di paesani, paesane e bambini, e la qualità canora di tutti gli interpreti, ne risulta un’opera finalmente spumeggiante e godibile (nonostante le videoproiezioni, a dir poco incongrue). E poi: i passaggi ravvicinati dei cantanti fra le file di poltroncine hanno permesso di apprezzare anche le loro qualità attoriali, mentre un grande plauso (in effetti tributato lunghissimamente anche dal pubblico che invocava il bis), in particolare, va al tenore Italo-Belga Mickael Spadacini, veterano del ruolo (anche in coppia con la convincente Esther Andaloro). Spadacini approccia il cruciale monologo Recitar… con un riuscitissimo bilanciamento di umiltà e sicurezza. Ne viene fuori proprio un bel risultato, entusiasmante e commovente comme il faut.

Esther Andaloro

Davvero una rappresentazione ben riuscita, con il giusto risalto concesso a ogni interprete (ci fa la sua bella figura anche il povero Peppe, relegato a ruolo di second’ordine eppure dignitosissimo quando si tratta di far la propria parte nel finale), come confermato poi a fine serata dall’applausometro: i tributi straordinari vanno a Canio e Nedda, ma tutti vengono adeguatamente osannati. Una menzione particolare spetta al baritono Marcello Rosiello: nonostante avesse solo una particina (è lui il ganzo che alla fine viene trucidato insieme all’amante), i suoi interventi hanno rivelato una gran voce, piena e matura. Anche l’orchestra e il direttore contribuiscono a un generale tripudio prolungato molto più a lungo che per la precedente opera.

Mickael Spadacini

Notarella a margine: in entrambe le opere, l’azione scenica era accompagnata dalla presenza di tre figure che si aggiravano fantasmesche per la scena con occhi a palla: una donna matura, una ragazza, una bambina. Le tre età, si pensa klimtianamente. Già; ma considerando i temi delle opere (sempre di corna e di ammazzamenti si tratta), e l’aria spiritata di queste fantasmesse jettatrici, piùcchealtro veniva da vedere in quelle tre figure una specie di mistone di destino – nemesi – sfiga. Ma… La forza del destino era un’altra opera, no? E se ci fosse da sottolineare con attori o attrici quel che capita agli sventurati personaggi del melodramma, altro che Banquo, i palcoscenici sarebbero sempre affollati di sottolineatori … Via, di quelle presenze si poteva proprio fare a meno.

Per la cronaca 1: L’elenco completo degli interpreti e dei vari partecipanti a vario titolo alla rappresentazione si trova qui.

Per la cronaca 2: Un video con una sintesi delle prove generali di questo allestimento al teatro Goldoni di Livorno di trova qui.

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Responses

  1. 30 novembre 2011??

  2. ooops… avevo effettivamente scritto 30 novembre, ma era invece il 30 ottobre. grazie!

  3. ah ah ah! recensioni molto spassose (e condivisibili, visto che c’ero pur io). Due noterelle: i termini sartoriano e budellesco non saranno comprensibilissimi ai non pisani e pazienza! ma se scrivi anziosa senza specificare come di consueto “con la zeta” si penserà a un errore, del tutto incomprensibile in una dotta e fine scrittura come la tua.

  4. Ho ascoltato il link della generale. Mi sembra un risultato più che buono per un teatro di tradizione come quello di Pisa. In realtà poco basterebbe per essere ai livelli di teatri più importanti, per esempio un regista che curi maggiormente i movimenti e dei cantanti che non facciano a gara a chi urla di più. Il coro sembra impegnato a danneggiare l’udito degli spettatori. Anche dal vivo era così?
    saluti e pizze

  5. Bello e divertente!
    Davvero, peccato non aver partecipato.
    Piccola nota per gian paolo: attenzione a “saluti e pizze” se legge un pugliese…

  6. Spadaccini e stato FAVOLOSO!!!Voce bella, potente, acuti belli e sicuri.
    Il teatro crollava sotto gli applausi doppo il suo vesti la giubba..
    Complimenti a questo giovane talento di solo 27 anni!

  7. […] dell’11 gennaio 2013 José era il tenore Mickael Spadaccini, già acclamato al Verdi in Pagliacci (era l’ottobre del 2011). Ruolo non semplice, quello di Don José, dapprima gnifito, poi […]


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