Pubblicato da: miclischi | 15 luglio 2011

Arles, Les Rencontres 2011

I manifesti di Michel Bouvet

Un mondo in una cittadina sul Rodano, a un passo dalle quiete distese umide della Camargue. Un mondo fatto di immagini (non più solo strettamente fotografiche), video, manifesti (ideali e fisici), soprattutto progetti. Un mondo fatto anche dagli abitanti del mondo. Artisti, fotografi, giornalisti, autori e spettatori, galleristi, professionisti, amateurs, curiosi, pompieri e baristi, campeggiatori e ciclisti.

Arles nella settimana d’apertura degli incontri fotografici è un mondo molto più popolato che nelle restanti giornate estive e calde che si dilungano fino alla chiusura della rassegna in settembre. E ci si ritrova risucchiati in questo flusso agitato di persone. Nei padiglioni delle mostre così come nelle viuzze della città o nella piazza del Forum, finalmente stravaccati ai tavolini di un caffè.

Penelope Umbrico illustra i "suoi" tramonti

Quest’anno lo spirito degli incontri si è spinto oltre (del resto servono proprio a quello…); accanto alle mostre fotografiche tematiche o monografiche c’era tanto, tantissimo spazio, alla progettualità scaturita dai cosiddetti nuovi media. E così, come già preconizzato dai lomografi, scompare il predominio della qualità dell’immagine e viene esaltato al massimo l’intento progettuale. E’ così che emergono con potenza le sconfinate collezioni esasperantemente monotematiche di immagini scaricate da internet (come i tramonti o i telecomandi di Penelope Umbrico) , le foto di fave scaricate dai profili dei siti di incontri sessuali, gli sconfinati pattern di fotografie catalogate per colore dominante (Andreas Schmidt), anche le foto fatte da una macchinetta attaccata al collare del gatto lasciato libero di vagare nel vicinato (Christian Allen), le collezioni di foto di streetview di Google (Doug Rickard), le sovrapposizioni di foto di monumenti scaricate da internet… Fa un po’ strano, davvero, leggere spesso nei profili degli artisti frasi come trae ispirazione da Internet. Chissà se Andreas Feininger avrebbe avuto qualcosa da ridire sul concetto di Occhio fotografico. Chissà se Olivier Föllmi  avrebbe da dire qualcosa in merito alle differenze fra fotografia e infografia. Fatto sta che le esposizioni sono montate talmente bene negli spazi delle mostre che alla fine anche queste serie si integrano bene con le fotografie “fatte con la macchina fotografica” invece che con la webcam, o lo scanner, o la connessione Internet. E che dire del lavoro di fotoritocco di Pavel Maria Smejkal? Prende foto di eventi storico-tragici noti (uno fra tutti: piazza Tien An Men con i carri armati fermati dallo studente) e ci toglie il soggetto, lasciando il paesaggio. Foto di grande impatto, ridisegnano e arricchiscono di nuovi significati la pratica stessa di fotorittocco. Il lavoro si chiama fatescapes e rappresenta un’idea brillantemente originale.

Provini a contatto dalla "Valigia Messicana" di Robert Capa

Passons. questi incontri, come tutti gli anni, lasciano ricordi e impressioni caotici e sovrapposti. Ma emergono nitidi gli eventi che più di altri hanno colpito, catturato, incuriosito. Primo fra tutti: una mostra allestita al Museo di Arles Antica (non fosse mai che gli scappasse di dire “Romana”) sulla cosiddetta Valigia Messicana di Robert Capa. Fotografo che documentò puntigliosamente la guerra civile spagnola insieme alla compagna Gerda Taro e all’amico Chim (David Seymour) e i cui negativi a un certo punto sparirono. Ebbene, questi negativi sono riapparsi recentemente in Messico, e questa di Arles è la prima esposizione in Europa. Montata con un grande apparato critico-museale, la mostra è di grande impatto visivo ed emotivo. E’ stato scelto di esporre in negativi quasi tutti sotto forma di provini a contatto (ingranditi all’incirca del doppio, occasionalmente come gigantografie). Poter vedere oggi i rullini di pellicola originali dai quali furono tratte foto che negli anni ’30 fecero il giro del mondo su giornali e riviste, ma che erano spariti per così tanto tempo, è davvero emozionante.

La stanza da bagno di Frida Khalo. Le foto di Graciela Iturbide

Gli artisti messicani sono massicciamente presenti. Fra i tanti, si segnala Graciela Iturbide. Fotografie in bianco e nero di paesaggi umani e naturali; aridità, miseria, luce e ombra. Cieli neri e volti intensissimi. Fra le raccolte tematiche, quelle sull’orto botanico e la documentazione della stanza da bagno della casa-museo di Frida Khalo, rimasta chiusa per lungo tempo per poi riapristi all’obiettivo della Iturbide. Sono tutte foto di vecchia scuola:  molto intense e di grande impatto.  Spezzoni di film di cui Gabriel Figueiroa ha diretto la fotografia (fra cui non pochi di Luis Buñuel) sono splendidamente presentati negli ampi spazi della chiesa dei frati peccatori. E davvero si apprezzano come opere fotografiche quei grandi schermi con le immagini in movimento. Le foto di incidenti d’auto, di treno, di autobus, di tutti i tipi scattate da Enrique Metinides ricordano un po’ gli scatti di Weegee. Essere subito al posto giusto nel momento giusto per scattare foto per i giornali. Alcune immagini sono crude e tremende, altre quasi ridicole, ma prevale sempre un anelito di bellezza formale che quasi stempera l’angoscia dei fatti luttuosi. Il progetto della messicana Dulce Pinzón sugli immigrati messicani negli Stati Uniti ha qualcosa di grottesco all’apparenza; ma il suo studio dal titolo La vera storia dei supereroi in realtà è un lavoro serissimo. Umili lavoratori immigrati sono vestiti con i costumi di Superman, Batman, l’Uomo-ragno (il lavavetri dei grattacieli!)  e tutta quella gente lì.

Daniela Rossel illustra le proprie foto

Il loro eroismo è documentato sotto forma di somme di danaro che riescono mensilmente a spedire ai parenti rimasti in Messico. Poi Daniela Rossel con il suo lavoro sulle ricche e indebolite signorine dell’alta società messicana, sommerse nel lusso opulento delle loro case-castello piene zipille d’ogni bene, soffocate e soddisfatte dal kitsch, fantocci che scimmiottano gli arredi dei propri castelli e si mimetizzano fra i drappeggi delle loro alcove. Un lavoro potente, peccato per gli eccessi colorimetrici del digitale spinto. Il lavoro di Maya Goded dal titolo Land of witches documenta con grandi stampe dai colori sobri ma intensi  riti magici tradizionali che il cattolicesimo portato dagli spagnoli non è riuscito a eradicare nel nord del Messico. Paesaggi intensi che si riflettono nell’intensità dei volti.

Il lunghissimo sviluppo del lavoro di Wang Qingsong

Fotografia classica, fotografia contaminata, come i ritratti accecati e bruciati degli attori famosi (Douglas Gordon) o come il colossale lavoro di Wang Qingsong, una foto lunga 42 metri che raffigura un bassorilievo vivente con varie persone e oggetti tutti incastonati in un muro di gesso e poi uniformemente cosparsi di fanghiglia marrone. Si intitola La storia dei monumenti. Omìni e donnìne, omòni e donnòne,  biciclette, armi e proiettili, cessi, ambientazioni architettoniche e – appunto monumentali – disseminate di scene di guerra e di violenza. Considerando l’uniforme strato di mota con cui tutto è ricoperto, il messaggio sembra proprio essere: siamo tutti nella merda. Naturalmente è di particolare interesse il video sulla realizzazione del lavoro.

E ancora: c’è la fotografia ma c’è anche il problema della diffusione della fotografia. Ed ecco l’idea, un po’ goliardico-gamena e un po’ geniale, di David Horvitz: fatevi una foto mentre mettete la testa nel freezer, poi nominate il file 241543903 e caricatelo su Internet. In questo modo, facendo una ricerca su Google per quel numero, si otterrà un album fotografico globale con tutte foto di gente con la testa nel freezer.

Uno dei lavori del Collettivo Tendance Floue

Ma ci sono anche le grandi retrospettive dedicate ai fotografi del New York Magazine (nella splendida sede espositiva della chiesa di Sant’Anna), e la sotto-esposizione tematica su Times Square con la straordinaria mega-foto mega-stenopeica di Abelardo Morell. Il lavoro con la camera obscura è uno dei più interessanti di questo artista. E poi quella sulla documentazione di fatti e misfatti da parte di Amnesty International, i lavori del collettivo Tendance souple, l’esposizione dei lavori degli allievi della scuola nazionale di fotografia (convincente soprattutto la sere Métronome del belga Pierre Toussaint – ritratti urbani senza volti), i progetti di promozione fotografica nelle scuole elementari (Des clics et des classes) e, infine, il lavoro molto convincente dei laboratori di fotografia nel carcere di Arles. Specialmente i lavori in bianco e nero del laboratorio curato da Marco Ambrosi risultano molto potenti. La raccolta di immagini  Una vita in bianco e nero comprende scatti pensati e realizzati dagli allievi/carcerati come mezzo per rappresentare la propria condizione. Parti di corpo, luci e ombre, ma anche lo sforzo supremo di dare un titolo a ogni immagine e di scrivere di proprio pugno il titolo. Visitare (casualmente) per ultima questa mostra superbamente allestita in spazi espositivi così etereamente adeguati è stato forse il modo più adeguato per concludere l’escursione arlesiana 2011.

E Arles? Sempre bellissima; un piacere percorrerla in lungo e in largo a piedi o in bicicletta. E il Camping City? Sempre all’altezza, anche se strapieno a causa della settimana d’apertura (c’erano 17 tende nel recinto che di solito è il parco giochi per i bimbi). E i barrini di Place du Forum? Grandiosi. Un vero ristoro a fine giornata dopo le estenuanti camminate fra mille mostre. E le zanzare? Tante in città, poche o punte al campeggio. Insomma, come si suol dire: Hassi a rifar…

Una selezione di fotografie sulla visita arlesiana si trova qui.

Per le stradine di Arles

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Responses

  1. ecco, 42 metri, mica 60
    vedi a prendere appunti
    comunque che bello che bello che bello
    a ripensarci anche di più

  2. […] Per la cronaca 2: si era ragionato in precedenza su queste pagine a proposito degli inconti della fotografia si Arles del 2009, 2010 e 2011. […]


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