Pubblicato da: miclischi | 31 maggio 2011

Una serata russa al Parco della Musica: dalla Grecia con fragore

Constantinos Carydis

Concerto di fine maggio al Parco della Musica di Roma (le astronavi Mondochiwan), per la stagione 2010-2011 dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. L’orchestra e il coro sono affidati al giovanissimo (è del 1974) direttore greco Constantinos Carydis. Un programma tutto russo che parte con Borodin e arriva a Ciaikovski passando per Shostakovic.

Che Carydis sia un amante del full blast lo si capisce fin da subito con le Danze polovesiane dal Principe Igor di Borodin. Il direttore incita i suoi strumentali (che sembrano divertirsi molto) a produrre volumi altissimi, sforzature clamorose , insomma si agita e si entusiasma nel far suonare l’orchestra a paletta. Tanto forte e tanto fragorosamente che addirittura quasi non si sentono i pur potentissimi baritoni ceciliani, tappati dal muro sonoro frapposto dall’orchestra fra il coro e il pubblico.

Alexander Toradze

Passons. Entra in scena il pianoforte, e con esso il pianista georgiano Alexander Toradze. Veterano della musica del novecento, specie quella russa, si cimenta con il secondo concerto di Shostakovic, quello che il triste ma geniale compositore russo scrisse per il figlio Maksim. Il concerto è fatto di tre movimenti: Allegro – Andante – Allegro. Nel primo allegro si ripropone il fragore tanto amato da Carydis, e il pianoforte a malapena si sente, nonostante le vigorose smanaccate profuse da Toradze sulla tastiera (avrà il suo giusto momento di gloria solo nella lunga cadenza durante la quale l’orchestra tace). Poi, all’inizio del secondo movimento, qualcosa cambia, gli animi si inteneriscono, forse per l’atmosfera romantica dell’Andante; la prima parte, affidata alla sola orchestra, produce un magico impasto degli archi dal sapore ciaikovskiano, pieno eppure delicato, degno preludio all’ingresso del leggerissimo tocco del piano. Toradze e Carydis ripensano questo Andante quasi come uno struggente Agagio, e il pianista adopera con sapienza dei diminuendo quasi esasperati (come farà poi anche nel bis scarlattiano) per sottolineare i cambi di intenzione o di tonalità. Peccato che, essendo in una sala enorme e non in uno studio di registrazione, alcuni dei suoi pianissimo siano andati persi. Sulle ultime note dell’Andante si innestano, senza soluzione di continuità, gli insistenti martellamenti dell’Allegro finale. Qui Toradze si esprime molto efficacemente, e riesce finalmente a contrastare lo strapotere sonoro dell’orchestra, terminando il concerto in una travolgente ed entusiasmante maratona tastieristica.

La sala Santa Cecilia

Prima del bis reclamato insistentemente dal pubblico e prima dell’intervallo, il pianista offre al pubblico un inconsueto fuori-programma. Contento come una pasqua, annuncia a tutti che il coro universitario nel quale canta il figlio è attualmente in tournée in Italia e, miracolosamente, quella sera si trova proprio a Roma e, forse, è proprio presente in sala. Are you there?… Are you there?… chiede Toradze non riuscendo a vedere nel profondo dell’enorme sala, accecato dalle luci della ribalta. Finalmente un gruppetto di giovinastri rumoreggia nelle alte sfere dell’ultima galleria, e su insistente richiesta del babbo, il coro del figliolo intona un breve componimento religioso a cappella. Il babbo gongola, il pubblico applaude rivolto all’indietro, e insomma paiono tutti contenti. Niente Prokofiev (preannunciato come bis); il babbo commosso, dopo aver sentito le ultime struggenti note dell’Allelujah cantato dal coro del figlio, deve repentinamente riallinearsi su una nuova lunghezza d’onda emotiva, e se ne viene fuori con una spiritualissima rilettura di Scarlatti.

Intervallo. Lungo oltremisura e già un ritardo. Anziani e anziane bofonchiano, si è fatto tardi, alla fine molti se ne vanno, eppure forse erano proprio venuti per la Patetica di Ciaikovski, brano risaputamente amato dalle nonne che sdilinquivano nelle melodie strappalacrime composte durante l’ultimo atto della vita forse non molto nonnesca del compositore russo. Il pubblico non sa cosa aspettarsi, ora che l’orchestra non deve negoziare con nessun altro (coro o solista che sia).

All'esterno, la cavea

Finalmente si ricomincia. Un classicone, questa patetica, che qualche interprete riesce a rendere meno patetica e – semplicemente – più bella.  Carydis però non resiste alla tentazione di far suonare l’orchestra quasi sempre forte o fortissimo (e raramente pianissimo), per cui ne viene fuori un appiattimento generale;  poi, nelle fragorose e ritmicamente scandite galoppate del terzo movimento, riesce addirittura a far coprire il suono dell’orchestra dal fragore della grancassa.

Vabbè, una serata al Parco della Musica, nello splendore della sala Santa Cecilia, enorme eppure accogliente, con gli splendidi coro e orchestra dell’Accademia, fa sempre piacere. Rimane una impressione piacevole di Toradze; non stupisce leggere nelle note di sala che ”si dedica con passione all’attività didattica”.  Lo si è notato anche da come si rapportava al direttore, al primo violino, agli strumentisti tutti, al pubblico. Un grande comunicatore, che di sicuro ha tanto del suo sapere, della sua tecnica e della sua passione da trasmettere ai giovani.

Per la cronaca: la presentazione del concerto sulla Santa Cecila TV è qui.

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Responses

  1. amico mio,sono certo che questa tua dettagliatissima critica al nostro concerto è più bella di qualsiasi altra possibile scritta dai critici più noti. Sono quindi doppiamente contento di leggerla e di avere avuto il piacere di averti ospite della serata. Un ospite d’onore!!
    Un abbraccio caloroso, gp
    p.s. stasera per fortuna non c’era il figlio e quindi ha fatto un bis abituale.


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