Pubblicato da: miclischi | 19 aprile 2011

Dag Solstad la fa palloccolosa sul gap generazionale

"Umbrella left behind", una foto di Tyler Clemens sulla copertina del libro

Siamo in un liceo norvegese. Il professore spiega alla sua classe un lavoro di Ibsen e si scontra con l’incapacità o il disinteresse dei suoi studenti a seguire le sue brillanti analisi e le sue illuminazioni rivelatrici. La lezione finisce, il professore esce da scuola, rimugina su quel che è accaduto e, in uno scatto d’ira incontrollata, fracassa un ombrello. E intanto siamo già arrivati a pagina 47. Per arrivare fin qui l’autore si è involtolato seicentomila volte sui pensieri del professore, sulle immagini e i personaggi di Ibsen, sull’insipienza delle giovani generazioni. Facendola decisamente palloccolosa.

Qui inizia un flashback che riporta il professore ai tempi in cui era egli stesso studente, ai suoi studi, alle sue amicizie, ai suoi amori, e poi al lavoro, e al matrimonio con una donna irraggiungibile, ai suoi fallimenti e alle sue tristezze. E l’ultima corposa parte del flash-back si concentra proprio sulla sua storia infelice con questa donna infelice che oltretutto non è neanche più la bellezza di un tempo. Dopo 119 pagine di faticoso flash-back (faticoso per il professore che ripercorre i suoi anni passati, ma faticosissimo soprattutto per il lettore, che deve sciropparsi pagine e pagine in cui solo ogni tanto compare un capoverso, piccola pausa ristoratrice prima di riavvolgersi nei periodi contorti di Solstad) si ripiomba all’improvviso nella scena dell’ombrello rotto (Ed era proprio a lei che pensava ora, fermo alla rotonda di Bislett, con una mano insanguinata (ridicolo) dalle stecche dell’ombrello…). Dopo neanche una paginetta è tutto finito.

Il romanzo di Dag Solstad, tradotto in italiano da Massimo Ciaravolo con il titolo Timidezza e dignità , è stato pubblicato nel 2010 dalla casa editrice Iperborea. 180 pagine, 15,50 Euro.

E’ una lettura faticosa. Perché il tormento della scrittura di Dag Solstad (che forse richiama molto ma molto alla lontana Thomas Bernhard– absit injuria verbis) non è adeguatamente bilanciato dall’incanto e dal fascino della scrittura stessa (come per esempio in Bernhard – absit injuria verbis), la quale  anzi spesso è così contorta e convoluta che il lettore si trova all’improvviso del tutto spaesato, sperso fra le righe e le pagine, senza sapere più bene a che punto della storia si trova, e se stava leggendo una storia.

Alla fine – attitudine tutt’altro che inconsueta in questi tempi di grande revisionismo – il vecchio professore si trova a tirare le somme della propria esistenza e a fornirne un bilancio abbastanza fallimentare. Allora, forse, dopo tutto, non era poi così vero che la generazione   precedente  era migliore. Allora, forse, dopo tutto, quegli studenti sciamannati e svogliati, privi di fantasia e di intuizione, non avranno prospettive così tragicamente peggiori di chi li ha preceduti…

Non è male questa analisi, e non è male soprattutto come viene fatta germogliare e sviluppare lungo la narrazione. Solo che, una volta arrivato faticosamente in fondo, il lettore rimane con la precisa sensazione che per arrivare al punto l’autore l’abbia presa un po’ troppo ariosa.

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Responses

  1. bene, diobono, una bella stroncatura ogni tanto, che nessuno ne conosce più l’arte!


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