Pubblicato da: miclischi | 11 aprile 2011

Kodak folding autographic 120

Una follia: aprire una finestrella sul dorso della macchina fotografica e incidere sulla carta di protezione della pellicola 120 (con l’apposito stiletto in dotazione) in modo che un po’ di luce “scriva” sul negativo una breve annotazione relativa al fotogramma. Una follia perché con il rapido avvento delle pellicole piu’ sensibili la finestrella che andava aperta per scrivere sul dorso in verità lasciava passare anche un po’ di luce che impressionava la pellicola (e non solo l’incisione); e l’idea fu alla fine abbandonata. Insomma un sistema antesignano dei dorsi digitali delle macchine analogiche oppure dei meta-text che possono corredare le immagini digitali. Dopo tutto questa Kodak Brownie No. 2 Autographic fu in produzione dal 1915 al 1926, e a quei tempi il sistema doveva apparire veramente avveniristico!

La finestrella aperta e lo stilo per incidere la carta

Fu provata in passato una Kodak autographic formato 127, ma faceva luce da tutte le parti e il rullo di prova risultò un disastro. Con questa formato 120, invece, nessun problema (o quasi) di infiltrazioni. E se anche la lente mostra qualche fatica dovuta all’età, alla fine i risultati sono accettabili.

Eppure utilizzare questa meraviglia della tecnologia fotografica non è per niente semplice. A cominciare dal caricamento del rullo 120. Infatti, a differenza delle macchine più moderne, in questo apparecchio non si apre il dorso, bensì si estrae dal corpo tutto il blocco piano-pellicola / soffietto / otturatore-e-obiettivo. Dopodiché, con qualche acrobazia, bisogna installare i due rocchetti del film (quello pieno e quello vuoto, sul quale però è già stato inserito il terminale di carta) all’interno del corpo-macchina, facendo magari attenzione che in un ambiente così “libero” il rullo pieno non si allenti, dando il via libera all’impressione della pellicola. Insomma non è davvero per niente facile.

Poi c’è da capire come manovrare le tre canoniche regolazioni: messa a fuoco, tempo di otturazione e diaframma.

Il corpo macchina e il corpo obiettivo

In tutti e tre i casi bisogna essere forniti di occhio di lince oppure di lente d’ingrandimento. La messa a fuoco  si fa come nelle vecchie (per così dire) macchine a banco ottico o in quel delicato limbo che le traghettò verso la pellicola (un esempio per tutti: la Graflex Speed Graphic): si sposta sulle apposite rotaie tutto il piano-obiettivo (estendendo così il soffietto) fino al punto desiderato; o meglio, fino a uno dei due punti desiderati:  infatti in questa macchina ci sono due posizioni “canoniche” nella quali si incastra il tutto l’ambaradan: 2 metri e mezzo oppure 30 metri (corrispondenti a 8 oppure 100 piedi). Per sbloccare il piano-obiettivo bisogna premere una apposita levetta. Insomma ci si fa abbastanza la mano, ma il risultato, in termini di messa a fuoco di precisione, è  tutt’altro che assicurato.

La scala dei tempi

C’è poi da scegliere l’esposizione (tempo/diaframma). Le indicazioni dei tempi, ancorché scritte piccolissime, si trovano sopra all’obiettivo, e sono possibili quattro selezioni: 25; 50; B e T. A seconda dei modelli il 25 e il 50 si trovano uno accanto all’altro oppure alle due estremità delle quattro opzioni. Sulla placca dell’obiettivo stesso sono fornite anche delle indicazioni di massima (di larghissima massima!) sul tempo di otturazione da utilizzare in diverse condizioni ambientali: una parentesi graffa abbraccia le opzioni “B” e “T” e indica perentoria: TRIPOD! Dopo di che passa ai consigli pratici per le foto con la macchina fissata sul cavalletto: GRAY 1/2 SEC; DULL 3/4 SEC; VERY DULL 1 SEC.BI.

La scala dei diaframmi

Con il diaframma la questione si fa spinosa perché sotto all’obiettivo, con caratteri davvero quasi microscopici, sono indicati sia i diaframmi (numerici) che l’indicazione di massima corrispondente alle condizioni ambientali (o di profondità di campo) di ciascuno di essi,. Alla fine uno, non vedendo niente, impara dove sono il “tutto aperto” e il “tutto chiuso” e si regola un po’ a occhio, sapendo che le due estremità corrispondono a f/4 e  f/64.

Insomma, si maneggiano sempre con  un po’ di emozione, queste macchine costruite quasi un secolo fa e tuttora funzionanti. E pensare che tutta questa fervente attività produrrà, nel migliore dei casi, solo 8 fotogrammi… (senza contare tutto quel che succederà poi in camera oscura). Decisamente un approccio alla fotografia radicalmente diverso dallo scatto facile delle compatte digitali. Del resto, come diceva qualcuno… Il mondo è bello perché è vario. (Per inciso: le fotto alla Kodak Autographic sono state scattate proprio con una compatta digitale: una Canon Ixus 100 IS).

Per la cronaca 1: La pagina di camerapedia sulla Kodak Brownie No. 2 Autographic si trova qui.

Per la cronaca 2: Il manuale di istruzioni si trova qui. Oppure qui.

Per la cronaca 3: Il resoconto dell’esperienza di un utente (con alcune immagini scattate con questa macchina) si trova qui.

Per la cronaca 4: Ecco qui un dépliant pubblicitario d’epoca.

Per la cronaca 5: Le foto qui sotto presentate sono state scattate con pellicola FOMAPAN 100 e sviluppate con Fomadon in soluzione 1+50. Lo scanner è uno Epson Perfection 1240U.


Responses

  1. ma che simpatica macchinetta! E’ la nonna della tua collezione?

  2. Credo proprio che sia la più anziana

  3. Interessante, ieri mi hanno regalato una brownie 120, purtroppo manca il rocchetto ricevente che mi dovrò procurare, ma non vedo l’ora di provarla!!!


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