Pubblicato da: miclischi | 31 marzo 2011

Scimmiottare “On the road” negli anni 2000

Dal titolo sembra un libro sulla musica, quello di Chuck Kosterman, una specie di rivisitazione attuale del celebre Morire di musica sulle tre J, pubblicato da Savelli negli anni ’70. E invece la musica, che c’è, abbondantemente, fa quasi solo da sfondo, perennemente propinata dai CD nello stereo della macchina (Decido di portarmene appresso 600), spessissimo evocata, qua e là collegata ai luoghi sparsi per tutti gli USA dove numerosissimi musicisti sono morti, per lo più in incidenti stradali.

E allora di che parla questo Il giorno in cui il rock è morto – Viaggio nei luoghi delle grandi tragedie della musica, titolo peraltro miseramente taroccato in fase di traduzione? Il libro che in versione originale si chiamava Killing Yourself to Live (incidentamente, il titolo di un pezzo dei Back Sabbath) e che aveva come sottotitolo un realistico 85%  of a True Story parla soprattutto del suo autore. Il critico musicale dello Spin Magazine di New York prende una macchina a nolo e percorre alcune migliaia di miglia fino ad approdare a Seattle. Il pretesto è quello di andare a vedere i luoghi dove sono morti numerosi musicisti, alla ricerca di ispirazione per poi scrivere dei pezzi sulla sua rivista. In realtà questo viaggio serve all’autore soprattutto a ripensare a se stesso, alle sue donne (i suoi pensieri girandolano soprattutto intorno a tre di loro, cui è dedicato il libro), ai suoi amici, alle sue vicende private e professionali. Ogni tanto si fa una canna, ogni tanto rievoca sbronze colossali, qualche volta spiega i suoi gusti musicali (eccezion fatta, forse,  per Jim Morrison, Eric Clapton è – probabilmente – il musicista rock più sopravvalutato di tutti i tempi), occasionalmente registra nel libro anche qualcosa che succede al di fuori di sé.

Eppure, quel che fa di questo libro qualcosa di molto più sopportabile di un tronfio libello autoreferenziato, è la scrittura freschissima e rotolante. Dopo le perplessità iniziali, una volta capito che NON è un libro sulla musica, il racconto diventa quasi avvincente e si lascia piacevolmente leggere, complice anche la fluida traduzione di Maurizio Bartocci (deve essere di Livorno… solo un livornese – legittimamente, ci mancherebbe – tradurrebbe punch in ponce, per di più ponce al rum!).

Ci sono tuttavia, sparsi qua e là nel racconto, anche dei riuscitissimi spunti lirici. Quando visita l’incrocio stradale dove due membri della Allman Brothers Band morirono a distanza di un anno l’uno dall’altro, entrambi in motocicletta, Klosterman annota: Le linee elettriche penzolano basse, un po’ nel modo in cui Cliff Burton dei Metallica portava il basso prima di morire nel 1986…).

La foto dell'autore che, in bianco e nero, è sulla quarta di copertina dell'edizione italiana.

Insomma, è anche un po’ aggettivabile come on the road (in senso più proto-benigniano che kerouakkiano), questo libro di Klostermann, anche se la più vistosa differenza con il libro di Kerouak sta nella folla inesauribile di personaggi che davvero popolavano la storia degli anni ’40, mentre qui c’è quasi sempre l’autore da solo. La folla di musicisti, donne, amici, persone conosciute e sconosciute, è solo evocata.

La pagina IBS del libro è qui.

La pagina IBS del libro in inglese è qui.

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