Pubblicato da: miclischi | 22 marzo 2011

Un Flauto Magico: la non-opera di Brook il vecchio

Abène. Andare a teatro per vedere uno spettacolo che dichiaratamente non è operistico. L’ultimo lavoro del regista teatrale inglese Peter Brook non è uno dei tanti allestimenti del Flauto Magico mozartiano; e ce lo dice fin dal titolo: non Il Flauto Magico, bensì Un Flauto Magico. Come a dire: uno dei tanti che si possono immaginare, ricordare, sognare… mettere in scena. Così lo spettatore ha potuto sedersi al Piccolo di Milano (dopo il rituale Inno di Mameli del patriottico 17 di Marzo) estremamente rilassato, senza pensare a tutte le edizioni mozartiane che poteva ripescare dalla memoria, senza doversi concentrare su questa o quella scelta registica, musicale o canora per verificarne automaticamente la rispondenza a questo o quel canone di filologicità, o anche solo di nostalgia.

Di sicuro ci saranno rimasti male quei melomani (poveretti!) che davvero credevano di andare a vedere l’opera di Mozart. Ma forse ci sono rimasti male anche quei seguaci di Brook che in più di un’occasione erano rimasti folgorati dalle sue intuizioni, dalla forza delle sue invenzioni, dalle soluzioni sceniche e dalla guida degli artisti. Infatti non ci sono molti scossoni, in questo lavoro brookiano; non ci sono onde d’urto (neanche quelle canore) che partono dal palcoscenico per scuotere violentemente i sensi e le coscenze degli spettatori. C’è, semplicemente e splendidamente, Un Flauto Magico.

Nella stazione della metropolitana sotto il Piccolo

Che cosa c’è di magico in questo Flauto, anche se non è quell’opera / non-opera che forse molti si aspettavano? C’è Peter Brook con il setaccio a maglie larghe, larghissime, della sua vecchiezza. Immaginate l’anziano genio teatrale, quasi alla soglia dei novant’anni, che scuote il setaccio nel quale ha gettato tutti i suoi flautimagici: ricordi di esecuzioni in teatro, suoni, immagini, dischi fruscianti e video avveniristici, voci, simboli, personaggi, allusioni e suggestioni, scene e costumi, deusexmachina, uomini, donne, bambini, foreste e palazzi, sogni, scontri e abbracci, follie… ma soprattutto emozioni. Immaginate il vecchio Brook che scuote benebene il setaccio del suo bagaglio: sono larghe, le maglie, e ad ogni scossa qualcosa scende nel nulla: personaggi, ruoli, suoni, pezzi d’opera, colori, strumenti musicali… Ecco, Peter Brook alla fine prende quel che è rimasto nella rete (se non fosse una parola orribile si potrebbe dire rarefatto) e ce lo fa vedere: quel che rimane del Flauto Magico quando diventa il suo Flauto Magico, quel che davvero gli è rimasto dentro dopo tutti quegli anni a vivere nei teatri e nel Teatro.

Sparisce l’orchestra, e il suono che rimane lo amministra un solo pianoforte solitario e pure potentissimo lì su un angolo del proscenio. Sparisce la predominanza del canto e dei cantanti in quanto tali. Spariscono “quelli che mettono becco”, quelli che saputellamente suggeriscono cosa va fatto perché le cose vadano come devono andare, e compaiono i due negroni – splendidi attori brookiani – a prenderne il ruolo; sparisce il lucchetto alla bocca di Papageno, ma si amplia a dismisura il suo personaggio, vero centro della rappresentazione, specie nella sua ingombrante dimensione burlesque. Ne escono sminuiti  i giovani amanti, mentre i malvagi a corrente alternata si dibattono come genitori divorziati che litigano per l’affidamento dei figli… Un Flauto Magico pazzesco.

Un regalo che il regista-autore Brook ha voluto pescare dentro il suo intimo per offrirlo ai suoi spettatori. Il regalo di un anzianissimo artista che ha voluto condividere con noi il sapore agrodolce del peso dei suoi numerosissimi anni. E se la tonalità dominante che ha scelto è quella del buffo Papageno che scende in platea a cercarsi una donna, mangia pollo arrosto in scena e ammicca al pubblico anche in italiano, non c’è forse poi tanto da stupirsi: dopo tutto anche l’ultimo, ultimissimo Verdi, dopo una vita a mettere in scena tragedie e tragedione, non si è voluto divertire in extremis con il Falstaff panzone e bevitore? Forse anche Peter Brook, in questo lavoro che ci si augura vivissimamente non sia l’ultimo, ha voluto versare un po’ di vino nell’acqua del Tamigi.

E lo ha fatto proprio bene.

Per la cronaca: la scheda dello spettacolo si trova qui.

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Responses

  1. Pare che a te alla fine sia piaciuto, più che a me almeno. Capisco il suo lavoro di essenzialità, e di solito proprio per quello Brook mi piace tantissimo, ma il suo flauto magico non mi ha fatto impazzire.
    Il prossimo è 11 and 12, è già in giro, è in inglese finalmente, speriamo capiti da queste parti.


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