Pubblicato da: miclischi | 22 febbraio 2011

Lee Konitz, ma non solo

Un libro-intervista a Lee Konitz di quasi 300 pagine. Solo all’idea si prefigurano le proverbiali due palle come due caciocavalli. E invece: basta la lettura di poche pagine per ricredersi subito; ed anzi per addentrarsi nel libro con crescente entusiasmo e coinvolgimento.

Lee Konitz – Conversazioni sull’arte dell’improvvisatore è il terzo volume dedicato al Jazz nella collana EDT-Siena Jazz curata da Francesco Martinelli. L’autore, Andy Hamilton, ha prodotto uno straordinario risultato editoriale, proprio nel senso dell’editing del libro. Hamilton ha infatti articolato questo dialogo pungente a botta-e-risposta con Konitz in capitoli tematici; ha intersezionato l’intervista con incisi su altri musicisti con i quali Konitz ha interagito; ci ha infilato numerosissime (saranno un centinaio?) mini-interviste con altri musicisti che parlano della loro esperienza con Konitz o semplcemente di cosa pensano di lui…

Insomma, ne viene fuori un ritratto poliedrico non solo di Lee Konitz, ma di un’epoca del Jazz. Un’epoca lunghissima, considerando la longevità di Konitz (nato nel 1927) e di molti dei suoi colleghi (alcuni dei quali, a dire il vero, sono morti nel periodo che è trascorso fra l’edizione originale e quella italiana), ma anche il grande interesse che l’arte di Konitz ha saputo suscitare nelle nuove generazioni di musicisti.

Si comincia con Charlie Parker e Lennie Tristano e si va a finire ai concerti che tuttora Konitz continua a tenere in mezzomondo, con i musicisti più variegati.

Lee Konitz

Il sottotitolo, giustamente,  pone l’accento sulla questione dell’improvvisazione. Ma, dopo aver letto il libro, ci si rende conto che forse quel sottotitolo può dare un’idea riduttiva del lavoro di Hamilton. In realtà sono tali e tanti i temi trattati nelle conversazioni fra intervistatore e intervistato, tali e tanti gli incisi, che non si riuscirebbe neanche a catalogarli. Si va dalla tecnica dello strumento (sax alto), ai rapporti del solista con la sezione ritmica, a giudizi più o meno positivi sul lavoro dei colleghi musicisti, all’uso della marijuana ai bei tempi andati (Konitz inveisce scherzosamente anche contro il suo intervistatore: ma come, vuoi scrivere un libro sul Jazz e non ti sei neanche mai fatto una canna?), alla struttura dei brani musicali, all’uso degli standard invece che delle composizioni originali, e via dicendo, all’infinito.

E’ un racconto stupendo, quello che Konitz regala all’intervistatore e quindi a tutti i suoi lettori; è stupendo perché abbraccia un arco di tempo lunghissimo, perché pesca nei ricordi personali tuttora vivissimi, perché in quel lungo tempo il musicista ha incontrato un numero tale di persone che al confronto quelle citate da Miles Davis nella sua autobiografia sembrano quattro gatti.

Devo dire che ascoltare qualche minuto di registrazione non rende giustizia ai musicisti. Ascoltare musica è una situazione moto fragile. Molte cose non mi dicono nulla, e allora mi interrogo. “Perche una volta sono insensibile, e quella dopo ricettivo? E’ che sto diventando vecchio e meno sensibile?”. Ma quando ascolto cose che con me hanno già funzionato, per vedere se ancora mi emozionano, sono sempre efficaci: Louis, Lester, Bird, Lennie, Warne, Bach, Bartók, Stravinsky.

*****

Ascolto musica classica molto più del jazz. Ricevo molto di più auditivamente che visivamente. Guardare i grandi quadri è un piacere speciale, ma per me non significativo quanto la grande musica.


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Responses

  1. […] Fonte Articolo: Lee Konitz, ma non solo « Enez Vaz […]


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