Pubblicato da: miclischi | 5 febbraio 2011

It’s not the camera, it’s the photographer

Prendiamo un curioso gruppo di fotoamatori della provincia statunitense (in particolare del Michigan), immaginiamo che si appassionino in particolare di fotografia fatta con apparecchi assolutamente non pretenziosi, magari vecchi, plasticosi, senza o con pochissime regolazioni… tanto da chiamare la propria associazione Ann Arbor Area Crappy Camera Club. Immaginiamo poi che per celebrare le proprie intenzioni si lancino in un progetto che consiste nello scattare ciascuno un rullino con una macchinetta fotografica usa-e-getta, e che alla fine abbiano deciso di condividere i risultati di questo lavoro collettivo tramite una pubblicazione online che di fatto è disponibile in tutto il mondo.

Ecco allora il piacevolissimo libretto Monochrome In My Pocket. Quarantotto pagine in formato quadrato 21,5×21,5 (disponibili sia in cartaceo che in forma elettronica da scaricare dal sito Lulu.com). Una breve introduzione del curatore (Mark F. O’Brien, socio fondatore del Club e anche curatore del random camera blog), poche parole con cui ciascun autore (11) presenta i suoi tre scatti e, alla fine, il Manifesto del Club.

Per ogni fotografo sono anche indicati l’indirizzo email e il link al sito, al blog o agli album fotografici. Un modo per allargare la rete di contatti. Le foto abbracciano un’ampia gamma di soggetti: dai ritratti alle foto fatte per strada, ai paesaggi rurali, le case abbandonate, i giochi di ombre e anche alcuni scatti fatti con il teleidoscopio montato davanti all’obiettivo della macchinetta.

Una foto di Bill Bresler tratta dal libro: Greenfield Village No. 1

C’è un valore intrinseco in questo progetto, e nel fatto che si sia concretizzato in una publicazioncella da condividere con tutti gli appassionati di fotografia del mondo : rappresenta una riflessione sui concetti stessi di fotografia, mezzo fotografico, espressività e poetica.

E’ come se, togliendo arbitrariamente al fotografo tutti i mezzi espressivi più “sofisticati” (controlli sulll’esposizione, sulla focale, sulla messa a fuoco, etc.), gli si lasciasse solo una ristrettissima operatività: pensare, inquadrare e scattare. Questo aspetto del “pensare la fotografia” è certamente quello cui tutti i partecipanti al progetto danno più risalto; tanto che quasi tutti rimangono sorpresi dall’accettabilità dei risultati nonostante l’evidente scarsità di mezzi. Vuol dire che il pensiero, allora, conta davvero;  che, davvero, conta più il fotografo della macchina fotografica.

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  1. Ganzo


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