Pubblicato da: miclischi | 25 gennaio 2011

Il Malvaldi cambia registro; ma non troppo

Pellegrino Artusi

… a dispetto degli ingredienti che mi sembravano una improbabile accozzaglia, era tal quale me lo ricordavo, e fors’anche meglio.

Questo commento su una rustica ricetta di cucina lo si legge nel diario intimo di Pellegrino Artusi, uno dei personaggi principali nell’ultimo romanzo di Marco Malvaldi; sì, quello dei vecchietti sdrenati del BarLume che risolvono i casi polizieschi sul litorale pisano. Si intitola Odore di chiuso, questo quarto romanzo, e per una volta l’autore fa un salto spazio-temporale e si sposta un po’ più a sud, alle soglie della maremma toscana,  e oltre un secolo addietro.

Il commento dell’Artusi ben si adatta anche a questo lavoro del Malvaldi. Ci si trova infatti alle prese con un poderoso zibaldone di linguaggi (da quello aulico e svolazzante del citato diario, a quello dei dialoghi dei personaggi ottocenteschi – nobili e meno nobili – a quello del narratore, decisamente più spregiudicato e, soprattutto, dei tempi nostri). E’ come se l’autore si affacciasse su questa finestra del passato e la raccontasse ai suoi lettori, proprio così come racconterebbe una storiella la bar (al BarLume?) fra un bicchiere e l’altro.

All’inizio si fa infatti un po’ fatica a districarsi fra quei personaggi che vengono subito messi tutti in scena: il lento farniente dei pigri nobili in via di rapido decadimento, la vecchia paralitica, le signorine condannate a rimaner signorine, la servitù, gli ospiti del castello, poi l’indagatore e il dottore – oltre naturalmente al celebre gastronomo e, in una piccola geniale apparizione, anche Giosuè Carducci -; tutti si accalcano sul palco di questa rappresentazione rurale che ci si immagina messa in scena con ricchi e pesanti costumi d’epoca.

Ma a poco a poco, sguazzando nella piacevolezza della prosa malvaldiana, si stagliano bene, uno a uno tutti questi personaggi, e pare di vederli, ognuno barcamenarsi facendo come può la propria parte. Un libro che si legge d’un fiato (dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, della efficacissima scrittura del Malvaldi) e che lascia con una piacevole sensazione visiva: pare di aver visto un film. Ma è anche un lavoro, questo libro, sull’epoca e sulle epoche, sugli espisodi, le citazioni, le allusioni. Non manca qualche puntuto accenno alle vicende d’oggi (uno fra tutti: le insopportabili ingerenze della giustizia sovversiva negli affari dei ricchi e dei potenti) e un po’ di autocelebrazione della toscanità. L’autore spiega egli stesso, in una micro-appendice, questi suoi intenti paralleli; ma anche senza le sue spiegazioni l’amalgama, alla fine, funziona.

Ci sono due ospiti al castello, che si distinguono dalla massa: uno per le sue bizzarrie da uomo troppo moderno (un uomo in cucina?!?), l’altro perché si presenta come fotografo, e il suo fotografare porterà un contributo essenziale alle indagini poliziesche, ed anche al ristabilimento della giustizia sociale.

C’è infatti l’ambientazione storica e sociale, ma c’è anche, a far da legante, il tema preferito dal Malvaldi (evidentemente sia in epoca contemporanea che in ambito post-risorgimentale): un delitto da risolvere.

Giosuè Carducci

Si mischiano le classi sociali, nel novero delle vittime, ma c’è una apparente indubbia tendenza collettiva a scaricare la colpa sui più deboli e indifesi. Si dà il caso, però, che l’eccentrico gastronomo Artusi sia anche un appassionato lettore delle storie di Sherlock Holmes, e che sia per natura curioso e insoddisfatto delle soluzioni troppo scontate;  così, di pagina in pagina… si va verso la catarsi finale che, come tanti film ci hanno abituato a immaginare, si concretizza nelle rivelazioni fatte davanti a tutti i personaggi riuniti nel salone del castello.

Un salto decisamente audace, quello del Malvaldi, ma anche un esperimento certamente ben riuscito, proprio come nel Polpettone all’uso zingaro… (di cui si trova la ricetta alla fine del libro).

Marco Malvaldi: Odore di chiuso. Sellerio Editore, 2011. Pp. 208, 13 Euro.

Per la cronaca: il Malvaldi propende decisamente per la notazione Giosue, cioè senza accento, per il nome del Carducci. La nota 1 in calce alla pagina di Wikipedia dedicata al poeta toscano sembra invece fornire elementi che facciano propendere al Giosuè con l’accento (…fui battezzato nella chiesa di Valdicastello col nome di Giosuè Alessandro Giuseppe, come testimonia l’autografo conservato in Casa Carducci). Pare però, così continua la stessa nota, che lo stesso Carducci da per sé scelse di omettere l’accento dal proprio nome. In fin dei conti, ognuno faccia (e scriva) un po’ come gli pare!

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Responses

  1. …in definitiva avevi ragione a metà nel dire (all’uscita del suo -Il re dei giochi-) che avremmo presto riletto qualcosa del Malvaldi


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