Pubblicato da: miclischi | 8 novembre 2010

Marina di Pisa vista dai Marinesi

Marina di Pisa, quattro strade che corrono lungocosta per un paio di chilometri subito a sud della foce dell’arno, è popolata di Marinesi. Quelli che un tempo lavoravano alla Fiat e se la sono vista demolire in attesa della costruzione del porto; quelli che anche se sono andati lontano poi tutte le estati ci tornano; quelli che ci sono nati, ci sono rimasti e ci rimarranno sempre; quelli che ci sono piovuti; quelli dei bagni; quelli dello scivolo; quelli che fanno due passi sul lungomare; quelli del Barrino; anche i giovani e giovanissimi.

Un libro fresco di stampa, uscito dall’editore Felici e presentato proprio a Marina il 6 novembre nel villone di Piazza Baleari, presenta una rassegna di Marinesi. Persone qui assurte al ruolo di personaggi, ciascuno con nome, cognome, fotografia e intervista personalizzata. E’ Marina nell’anima di Cristina Barsantini – quando s’era bimbi  si chiamava Titty –  marinese.

L’autrice ha rivolto a tutte queste persone quasi le stesse domande. Alcune sono domande personali, sui percorsi di vita, sul lavoro, sul messaggio da lanciare come lascito alle future generazioni; altre sono molto marinocentriche: alla fine di ogni intervista si va a parare sempre lì: che cosa rappresenta Marina di Pisa, se ci si sta bene, cosa ci garba, cosa non ci torna…

Un libro singolare, perché di sicuro ha come target esclusivo gli abitanti di Marina di Pisa, o quelli che ci sono nati e sono andati via, o quelli che per un verso o per l’altro ci hanno avuto a che fare. Ma anche perché nelle intenzioni dell’autrice il libro è anche  una sorta di studio sociologico ed anche linguistico.

Ne emergono infatti, insieme alle struggenti frasi di amore incondizionato per questo paesello di mare – vere e proprie confessioni d’innamorati -, anche le storie più disparate di persone che, pur avendo intrapreso strade fra loro diversissime, sono tutte entusiasticamente unanimemente d’accordo sul fatto che a Marina ci si sta bene, e ce ne fosse…

La Barsantini ha chiesto anche a tutti gli intervistati (sono in tutto 25 persone) di sintetizzare in una sola parola che cosa rappresenta Marina di Pisa per loro. In fondo al libro c’è la classifica-riepilogo (per la cronaca: vince la parola “casa”), e a leggere queste parole tutte di seguito ne viene fuori quasi una nenia rassicurante, lento frusciare del mare sulla spiaggina a un passo da casa: Sogno… Serenità… Silenzio… Famiglia… Essenziale… Rifugio…

 

Libeccio invernale al Bagno Gorgona

 

C’è l’Orsini che racconta i suoi esordi da cronista sportivo, ben due dermatologi del Santa Chiara, ci sono i ristoratori, il farmacista, il parroco, poi il Corsini,  il Grassini, addirittura Roberto Farnesi, ed anche il fratello e la sorella dell’autrice. Tutti con le loro parole d’amore. Ma c’è una testimonianza che forse è la più efficace, vien da dire quasi la più forte, e la si ritrova nella sezione C’è chi l’ha lasciata… Si tratta di Roberto Canelli, che usa espressioni decise, forse in un tentativo di distacco che non c’è, un po’ diverse dal coro tutto sommato mieloso.  Marina è primitiva, dice il Canelli, è come vivere sulle palafitte; indica come parola chiave libeccio, il ventaccio che tutto sciagatta e scarruffa (Marina è il libeccio delle sensazioni), e indica come questo vento per lui sia stato un po’ come un precettore.

Storie e testimonianze di persone. Betty Barsantini, sorella dell’autrice (ha scritto l’introduzione al libro) nonché presentatrice all’evento del 6 novembre, non ha mancato di ricordare affettuosamente due marinesi che quest’anno ci hanno lasciato, e che di sicuro sarebbero stati presenti in quell’affollato tutta-Marina nel Villone di Piazza Baleari. E allora eccole due appendici possibili al lavoro di Titty:

Cippi Pitschen, quando passava un lungo periodo a Marina, tutte le mattine all’alba (tanto, diceva, non dormiva quasi mai) andava a fare due passi sulla spiaggina davanti al Barrino. Pensava, e pensava, il Cippi, carezzando l’acqua con i piedi, e raccattava anche piccoli delicati foglietti di madreperla. Finivano in dei grandi vasi di vetro nella sua soffitta sul mare. E lui se li guardava. Ogni tanto li adoperava come ornamento per le sue modelle, poi li rimetteva nel grandi vasi di vetro. Lui, che passava gran parte della sua vita in mezzo al mare, teneva un pezzetto del mare di Marina sulla mensola di casa.

Luciano Lischi aveva tracciato tre linee con il pennarello indelebile sulla balaustra della terrazza sul mare. Ogni anno le ripassava perché non svanissero. Era un gioco nato con i nipoti, per visualizzare – nero su bianco – come al cambiare delle stagioni cambiasse anche il punto nel quale si vede tramontare il sole. Questione di inclinazione dell’asse terrestre. Aveva infatti tracciato quelle linee al tramonto dei giorni chiave:  ai solstizi d’estate e d’inverno, e agli equinozi. Era nato tutto come un gioco didattico, ma forse Luciano ogni anno ricontrollava e ripassava quelle linee per assicurarsi che, davvero, in quei giorni precisi, il sole tramontasse al posto giusto.

Si leggono con gusto, pagina dopo pagina, le testimonianze dei marinesi amorevolmente raccolte dalla Barsantini. Hanno in comune lo stesso approccio assolutista e cieco: voler vedere in Marina di Pisa il bello anche quando non c’è, l’acqua chiara quando è torba, il fascino in quel che altri (devono essere pazzi…) trovano squallido. C’è una frase, però,  memoria degli anni’70, che non poteva figurare nel libro.  Ma ha una tale potenza che quasi quasi le sbaraglia tutte: immaginate Leopoldo Nardi che guarda il mare al tramonto dalla finestra di casa. Forse guarda con il suo occhio di fotografo, ma in quell’attimo di esaltazione prevale la sua anima di viaggiatore. Sembra distogliersi per  un momento da quell’estasi contemplativa e afferma solennemente, categorico e definitivo: Macché Parigi…

 

6 novembre 2010: senza vento niente regata

 


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Responses

  1. Marina di Pisa fa parte dei ricordi della mia adolescenza, ormai lontana, il libeccio invernale di questa piccola cittadina marina ha lasciato un segno dentro di me. Ricordo ancora un pomeriggio mamma ed io chiuse in macchina ad ammirare delle onde enormi . Bellissimi ricordi!!!!!

  2. Sembra dunque che a Marina ognuno possa trovare il proprio posto, prima o poi.
    All’inizio sembra impossibile se non nasci marinese, perché ti chiedono sempre “ma non sei di Marina, vero?” con l’orgoglio di chi conosce uno per uno chi “è” veramente di qui. E guardi e osservi con stupore misto a rabbia l’orgoglio locale di chi non va “in fondo Marina” (e non ne parliamo di andare a Tirrenia); di chi, guardando il mare, dice “guarda lì…sembra la Sardegna” e tu ridi e lo racconti (ai non marinesi, ovviamente); di chi è fiero di essersi bagnato soltanto nel pezzo di questo tirreno a un passo dall’Arno. Ma se poi ci stai al ritmo di questo luogo di via-e-vai quotidiano, del fine settimana e dell’estate, se ti fai quindi arrivare le tue sigarette al tabacchi del lungomare, se scegli qual è il tuo punto per tuffarti ogni mattina prima del lavoro, se stai con la coop o con la conad, se ti fai la tessera del videonoleggio, se vai anche tu quando molti piangono per una fabbrica implosa, se ti lamenti della giostra coi fili a giro, se ti presenti alla Circoscrizione per cambiare residenza…bè, allora ti dicono “che aspetti a sposarti il tuo marinese che di piazza Baleari?” Insomma, alla fine di tutti questi se, poi ti chiamano “Marinese” anche se sanno benissimo che sarai sempre un ospite fortunatissimo.
    E continui a stupirti, ma senza rabbia, perché qui ognuno sembra conservare l’impegno di definire i dettagli del proprio luogo di appartenenza, tanto da non esplicitare come vorresti l’accoglienza dello “straniero”. Sembra dunque che a Marina ognuno possa trovare il proprio posto, prima o poi. Bè, io sono “una piovuta” e posso confermare.

  3. […] il librino sulla marinesità dei marinesi (nel senso di Marina di Pisa, se ne era ragionato qui), Cristina (Titti) Barsantini torna a parlare del paesino sul litorale pisano partendo da […]


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