Pubblicato da: miclischi | 27 ottobre 2010

Philip Roth scrive un Bignami austeriano

Immaginate un’atmosfera alla Martin Frost: l’artista tenebroso che fa il solitario nella casa di campagna fino a quando un elemento esterno (ma guarda, una giovane donna!) arriva a scompaginargli la percezione della realtà ma anche dell’illusione; aggiungete poi la smania della narrazione sessuale molto esplicita (anche questa, ormai, di tradizione austeriana, dopo il suo Invisible), insomma ciò che potrebbe essere demartisianamente definito “fantasie sessuali frigide…”: ecco The humbling, romanzo breve di Philip Roth del 2009, pubblicato quest’anno  in Italiano con il titolo L’umiliazione.

La storia è breve e schematicamente riassumibile in poche parole: un noto attore di teatro, passata la sessantina, dà di matto e non riesce più a recitare. Si ricovera in clinica psichiatrica, viene lasciato dalla moglie e si interroga soprattutto sul modo di farla finita (notevole la lunga lista di personaggi teatrali suicidi). Arriva l’elemento nuovo: una giovane donna figlia di amici la quale, nonostante fosse stata dichiaratamente lesbica fino al giorno prima, decide di diventare la sua donna, con reciproca soddisfazione e divertimento. Il tutto nella lenta ma inesorabile attesa del finale tragico che qui viene taciuto.

Nei puritanissimi Stati Uniti  le accurate descrizioni di fantasie e giochi erotici (etero, omo e bisessuali) hanno causato fastidio, sconcerto, scandalo. Da questa parte dell’oceano non fanno poi tanto notizia. Un mezzo come un altro per esemplificare e rappresentare il prototipo del salvagente cui si aggrappa il naufrago che sta annegando. E anche – pare – per soddisfare le smanie  senili dell’autore.

Non molto potente, nel complesso, questo racconto di Roth. Sembra di rileggere storie già lette, in Paul Auster e non solo. Ci sono però almeno due buoni motivi per apprezzare questo lavoro. Non per niente si tratta, comunque, di Philip Roth. Prima di tutto alcune brevi, brevissime immagini inserite qua e là nel filo della narrazione di una  storia  tutto sommato banalotta; si tratta di lampi sinteticissimi usati per descrivere stati d’animo, situazioni, cose, persone. Di quelli che fanno fermare la lettura, che impongono al lettore di leggere e rileggere quelle poche, dense parole per assaporarle a fondo prima di continuare. E poi c’è la genialata di offuscare, con le vicende ossessive dell’attore fallito, la storia del protagonista vero – o meglio della vera protagonista – che compare all’inizio, rimane – mai nominata – nel sottofondo di tutta la storia, e rispunta potentissima verso la fine per rivelarsi come vero personaggio principale di tutta la vicenda, regista occulto di tutti gli accadimenti. Leggere quel nome che riaggalla come dal nulla, vedere sulla pagina quel Sybil Van Buren fa quasi sobbalzare, quasi come il Ma chère Elisa all’inizio del dodicesimo ed ultimo capitolo di L’Amour di Dominique Fernandez (leggere o rileggere per credere).

Un libro svelto che nonostante tutto si legge con piacere, e che lascia alla fine quel leggero brivido che solo i grandi narratori sanno trasmettere, anche nelle loro opere minori.

Per la cronaca 1: La traduzione italiana è di Mantovani ed il libro è stato pubblicato da Einaudi nella collana Supercoralli (114 pagine, rilegato, 17,50 euro). Qui c’è la pagina IBS.

Per la cronaca 2: La pagina IBS relativa all’edizione originale americana si trova qui.

Per la cronaca 3: La vita interiore di Martin Frost è un film di Paul Auster, da lui stesso incastonato del romanzo Il libro delle illusioni.

Per la cronaca 4: Bignami, dal nome della casa editrice, è  sinonimo di libriccino che riassume in poche parole i tratti essenziali di complessi testi scolastici. Qui c’è il sito web della casa editrice.

Per la cronaca 5: Non sono molti i titoli di Dominique Fernandez  attualmente disponibili in italiano (e non c’è L’amour). Qui, comunque, c’è la pagina IBS.


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