Pubblicato da: miclischi | 7 settembre 2010

Un Rigoletto a metà

Grandissima operazione mondo-mediatica, con sfide tecnologiche e logistiche: il 4 e il 5 settembre 2010 è andato in onda sulle TV di mezzo mondo (forse più di mezzo) l’opera Rigoletto di Giuseppe Verdi; non da un teatro o da un auditorium: proprio dai luoghi di Mantova  nei quali era stata immaginata. Esperimento già tentato con grande successo in passato (Tosca e Traviata) e rilanciato stavolta con una delle opere più care al vasto pubblico dei melomani.

La regia è stata affidata a Marco Bellocchio, mentre nei ruoli canori è stata proposta una piccola rivoluzione: Placido Domingo, uno dei “Tre tenori” dei tempi di Pavarotti, si propone nel ruolo baritonale di Rigoletto, mentre l’esperto e affermato baritono-attore Ruggero Raimondi gioca a fare il basso interpretando Sparafucile. Leggendo sul cast il nome di Nino Surguladze quale interprete di Maddalena, per un attimo è parso che fosse stato scelto un sopranista invece di una mezzo-soprano (molto adatta al ruolo, invece, la brava mezzo-soprano georgiana dal nome – pardon – oggettivamente equivocabile…).

Il film: operazione riuscitissima per portare sempre più a conoscenza del grande pubblico il melodramma; grande spazio alle virtù attoriali degli interpreti (con grande sfoggi di primi e primissimi piani) ed anche qualche artificio microfonistico per poter usare dei sottovoce che in teatro di sicuro non si sarebbero uditi. Però. Però. Se il film poteva servire a valorizzare anche gli spazi “autentici”, questo è stato fatto con un certo rilievo solo nei grandiosi balli della prima scena e alla locanda di Sparafucile (risolvendo con un gioco di foreground/background l’annoso problema di far coesistere i personaggi in un ambiente separato due sotto-ambienti indipendenti).

Invece,  in quasi tutte le altre scene è stato fatto un uso smodato del mezzobusto, facendo fare ai cantanti un po’ la parte delle signorine buonasera della televisione (dopotutto, erano in televisione!). Peccato, perché questa standardizzazione dell’inquadratura in primo piano ha penalizzato gran parte dell’atmosfera operistica, che è fatta anche di ambiente, di movimenti nell’ambiente, del caracollare ansioso di Rigoletto fra i cortigiani del secondo atto… Alla fine ne è uscita una rappresentazione abbastanza ingessata. Più attenta alla mimica facciale – e alla bava, e al profuso sudore – dei cantanti che alla scena d’insieme.

Le voci? Convincente soprattutto la Gilda di Julia Novikova. Il che è tutto dire, in un’opera dominata dalle figure maschili. Domingo è bravo, bravissimo, esperto, musicologo, direttore d’orchestra, insomma non è certo un cantante di primo pelo. Eppure questa sua smania di cantare le parti da baritono (lo aveva già fatto interpretando Figaro nel Barbiere) pare abbastanza ingiustificata. Non perché gli manchi l’abilità scenica, e neanche quella vocale. Ma perché il timbro di un baritono è il timbro di un baritono, e più volte si è avuta l’impressione che il tenore spagnolo si trattenesse per non far squillare tenorilmente la sua voce. E poi un vecchio gobbo incazzoso come Rigoletto, quando lancia le sue invettive, è opportuno che lo faccia con la voce da baritono (si senta qui il vecchio Sherrill Milnes scagliarsi contro i cortigiani). Il problema dello scambio di ruoli emerge sorpattutto nei confronti diretti con le voci “vicine”, cioè in questo caso con il Duca (tenore/tenore invece di baritono/tenore) e con Sparafucile (tenore/baritono invece di baritono/basso).

Raimondi, bravo bravissimo baritono in scena e nelle movenze, non arriva con la voce alla tenebrosità richiesta per interpretare  il basso Sparafucile. E il Duca? E’ apparso un po’ deboluccio, questo Vittorio Grigolo. Certamente ha il physique du role per questo libertino sciupafemmine, ma come cantante, per dirla con Enrico Stinchelli, può essere definito “in piena ascesa”. Zubin Metha, dal canto suo, ha fornito una impeccabile esecuzione scolastica e molto scandita; a pensarci bene un miracolo: eseguire l’opera senza i cantanti davanti (e viceversa!).

Quindi? Uno spettacolo godibilissimo, di grande suggestione scenica e organizzato con grande professionalità. Forse un po’ esasperata questa ricerca dei “tempi” scenici, che ha obbligato tutti gli appassionati a sorbirsi telefilm e sceneggiati fino quasi a mezzanotte per sentire il quartetto del quart’atto… Oltretutto la mezzora fra le undici e mezzo e mezzanotte, nello svolgimento dell’opera, dura neanche un quarto d’ora, e la maledetta mezzanotte scocca (sul fuso orario CEST) alle 23:50… Insomma, va bene le due del pomeriggio per Ella mi fu rapita!, ma l’ultimo atto poteva benissimo essere trasmesso alle nove di sera, e di certo nessuno si sarebbe lamentato.

Però… bello quel “tua sorella e del vino” invece del “una stanza e del vino” imposto a suo tempo dalla censura…

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