Pubblicato da: miclischi | 2 agosto 2010

Arles, Les Rencontres 2010

Difficile eguagliare i fasti (?!?) della quarantesima edizione del 2009; ma anche se un po’ in tono minore, le innumerevoli esposizioni degli incontri di Arles 2010 sono sempre tuttavia  godibilissime. Eccone alcune – non tutte, ci mancherebbe! – raccontate, in ordine (sparso) di visita.

Lea Golda Holterman espone una galleria di immagini dal titolo Orthodox Eros. Giovani ebrei languidamente ortodossi e seminudi. Bei ritratti a colori.

Des photographes en autoportrait: una documentazione eterogenea di fotografie di fotogafi e di attività fotografiche (sala di posa, camera oscura, etc.). C’è l’ombra di Willy Ronis, ma anche l’interessante serie con valigie di Yvette Troispoux della galleria Agathe Gaillard.

Polaroid in pericolo è un’esposizione dedicata soprattutto al rischio che stanno correndo gli archivi pubblici di foto polaroid, nella grande incertezza causata da due successivi fallimenti dell’azienda. C’è di notevole suprattutto una foto scattata da Oliviero Toscani a Andy Warhol mentre fa una foto con la Polaroid.

Augusto Ferrari era italiano, ma visse a lungo in Argentina. In mostra ci sono le foto preparatorie che fece nel 1917  per affrescare la chiesa di San Michele Arcangelo a Buenos Aires. Sono foto antiche e moderne al tempo stesso, e riportano in vita – in pose affreschesche – personaggi biblici e mitologici eppure umanissimi.

il crocifisso di Ferrari

Suo figlio (di Augusto Ferrari) si chiama Leon Ferrari, e ha uno stile parecchio diverso. Non solo fotografo, ma anche installatore di oggetti vari, dedica tutta la sua opera a sbeffeggiare e denunciare le malefatte della chiesa cattolica e dei regimi autoritari e militaristi in genere. Il suo celebre crocifisso su aereo militare trova ad Arles una degna collocazione, laddove una volta, nella Chiesa di Sant’Anna, ci doveva davvero essere il crocifisso. Un po’ gameno ed estremo, tuttavia godibile.

Mario Giacomelli, fotografo marchigiano scomparso nel 2000, è il fotografo con l’esposizione personale più convincente di questa Arles 2010. Possente nel suo biancoenero ultracontrastato dei corpi e i visi delle persone, dei giovani seminaristi che giocano (tonache nerissime su sfondo bianchissimo) ma anche dei paesaggi rurali e immaginari. Una serie di fotografie di grande effetto. Peccato per le poesie appese qua e là, solo in francese (anche quando magari l’originale era del Leopardi…).

Mick Jagger: ovvero la mostra la fa il soggetto, non il fotografo.  Da quando era una faccia d’angelo fino alla sua trasformazione in demone. Chissà come è contento di essere stato esposto in una chiesa! Comunque, di foto di Jagger ce ne sono a bizzeffe anche in più d’una delle altre esposizioni di questa Arles 2010.

Michael Ackerman presenta un lavoro in sequenza Half Life:  innumerevoli fotografie che si dipanano lungo un lunghissimo foglio piegato ad organetto, in una vetrina lunga e bassa circondata dal nero. Foto di un progetto che ricorda le tematiche dei mezzanini segriani. Una di quelle mostre che uno le vede e poi si domanda: ma poi si è suicidato?

 

La “tenda” – realisticissima e ben esposta – di Daniela Friebel

Christian Boltanski è un fotografo, scultore e installatore. In questo suo spazio di Arles 201o si concentra, quasi ossessivamente, sul ritratto in primo piano. Notevole la parete ricoperta di leggere stampe B/N su carta agitate da ventilatori.

Milena Moriani, anni fa, produsse una serie di opere in vetroresina dipinta che simulavano quadri gettati via dall’autore insoddisfatto. Come le scene che si vedono nei film, diceva la pittrice, in cui lo scrittore scrive qualche riga alla macchina da scrivere e poi estrae il foglio, lo appallottola e lo getta via. Richiama questa visione morianiana anche il lavoro di Chris Marker dal titolo Crush Art. Sedici fotografie di primi piani stropicciati.

Nel padiglione delle nuove promesse, in un marasma di estremizzazioni digitali con poche idee, emerge laconica e convincente la tenda (rideau) di Daniela Friebel.

Anche quest’anno una selezione degli studenti licenziati dalla Scuola Nazionale di Fotografia di Arles.  Particolarmente interessante appare il lavoro di Lucile Chombart de Lauwe. Una serie di fotografie al lavoro e ai lavoratori di notte. Immagini molto potenti e suggestive. Il titolo: De nuit.

Si arriva quindi all’insieme più corposo e concentrato delle esposizioni arlesiane: quelle nelle vecchie officine ferroviarie.  Quando il bianco e nero significa anche un uso appropriato del bianco: ce lo ricorda Marcos Adandia con la sua serie di fotografie alle madri di Plaza de Mayo. L’esposizione comprende coppie di foto fatte alle stesse madri: ogni donna compare due volte: una con un fazzoletto bianco in testa, una circondata da un bianco accecante, un grande “nulla”.

Michel Campeau ha già preparato una serie di fotografie commemorative del lavoro in camera oscura. Una specie di necrologio in vita, fotografie a colori in grande formato di pratiche e oggetti che vanno via via scomparendo. Bacinelle, acidi, provini, dettagli degli interruttori, delle lampade, degli ingranditori. Bella idea. Peccato che – ovviamente – le foto sono tutte fatte col flash, e quindi tendono ad essere un po’ sparate e con colori un po’ flesciati.

Nei luna park di mezzomondo c’erano (ci sono?) anche i padiglioni per il tiro al bersaglio che quando ci coglievi partiva in automatico una fotografia. Nell’intento di archiviazione di “tutto quello che è fotografia” questo oggetto ad Arles non poteva mancare. Foto di celebrità (notevoli soprattutto gli sguardi di chi sta accanto a chi spara) ma anche la lunghissima infinita serie della signora americana che si è sparo-fotografata lungo tutta la sua vita.  Poi, alla fine dell’esposizione, i visitatori hanno anche la possibilità di giocare essi stessi. Tre euro per tre proiettili. Divertimento puro.

Uno degli occhi di Anne Collier

Progetto ambizioso e “duro”, quello di Taryn Simon. Indaga sui casi di persone condannate ingiustamente e poi scagionate. Poi chiede loro di farsi fotografare nel luogo in cui furono arrestate, o nel luogo dove il crimine fu commesso. Una breve scheda accompagna ogni foto, per raccontare succintamente la storia di questi “Innocenti” (così si chiama il progetto).

Anne Collier espone foto di copertine e foto di fotografie. Riprende anche lei, come parecchi altri in questi Incontri del 2010, il tema della fotografia in camera oscura. Molto intenso il laconico “occhio” (uno dei suoi soggetti preferiti) nella bacinella del fissaggio.

Le esposizioni multiple sull’ambiente pop & rock & punk-rock sono un po’ ripetitive, ma costituiscono comunque documenti importanti e godibili. Si ritrovano qui Andy Warhol, Mick Jagger, i ritratti di Patty Smith (Mappletthorpe), le copertine dei dischi e il ritratto insomma di un’epoca musicalmente e iconograficamente riconscibile.

François Deladerrière prende spunto da stampe antiche raffiguranti la riviera francese (Nizza e Savoia) e va a ripescare gli stessi paesaggi al giorno  d’oggi. Visto e rivisto, questo metodo, ma non manca mai di provocare suggestioni e curiosità. Specialmente, poi, se la mostra è molto ben montata.

E anche questa è fatta. Anche quest’anno agli Incontri di Arles. Ma non si può non concludere senza rimarcare la piacevolezza – a prescindere dalle mostre fotografiche – della città di Arles, delle sue vie e viuzze, dei suoi barrini, degli spazi espositivi antichi e moderni ed anche del suo Camping City. Un’oasi di pace e di verde leggermente fuori città. Ma se non si ha voglia di fare due passi, le portentose e rossissime biciclette che si possono prendere a nolo aggiungono un ulteriore piacere alla visita arlesiana.



Responses

  1. […] in precedenza su queste pagine a proposito degli inconti della fotografia si Arles del 2009, 2010 e […]


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