Pubblicato da: miclischi | 22 luglio 2010

Quando il fotografo è viaggiatore

Olivier Föllmi è un fotografo che ha scattato reportage intorno al mondo, è stato premiato dal Wold Press Award nel 1989 e ha foto e libri pubblicati dappertutto. Molto meritorio, quindi,  il suo intento didattico nel voler trasmettere ad altri fotografi (o aspiranti tali) le sue esperienze di alcuni decenni di fotoreportage in tutti i continenti. Tuttavia, il fotografo in cerca di “istruzioni per l’uso” potrebbe di primo acchito rimanere deluso nello sfogliare il suo libro Consigli di un fotografo viaggiatore. Infatti l’autore la prende parecchio alla lontana, privilegiando prima di tutto un approccio filosofico-spirituale al mestiere di fotoreporter. E all’inizio uno ci rimane quasi male. Poi si scopre che il libro ha tre componenti ben distinte che si intrecciano e si contaminano durante tutto il testo

1)      considerazioni sull’approccio alla fotografia, al contesto geografico, sociale e umano, al rapporto fotografo-soggetto (quel che si era definito l’aspetto filosofico-spirituale del libro);

2)      commento di dettaglio a un certo numero di scatti particolarmente cari o importanti per l’autore (tutto il libro è costellato di numerose immagini). Una specie di racconto nel racconto, soprattutto sul contesto dello scatto, ma anche sui dettagli tecnici;

3)      finalmente: le istruzioni per l’uso e i consigli pratici, sia per pianificare e organizzare un viaggio fotografico, sia per ritagliarsi uno spazio nel difficilissimo mercato della fotografia di viaggio e del reportage in generale.

Su questa copertina una delle foto "raccontate" nel libro

La prima componente può piacere o non piacere, ma certo contribuisce a far capire un po’ l’approccio umano ed emotivo dell’autore. Quasi come se il fatto di scattare una foto divenisse secondario: l’importante è calarsi nel contesto e nel rapporto con le persone. Di notevolissimo interesse, poi, l’intento socio-politico dell’usare la fotografia come strumento per promuovere la pace (l’autore si autodefinisce “fotografo per la pace”; Le mie fotografie sono il mio contributo alla pace nel mondo).

La descrizione degli scatti (qualcosa che rassomiglia solo molto alla lontana ai ricordi di Willy Ronis di cui si parlava qui) è interessante per avvicinarsi a un altro aspetto della fotografia di Föllmi: l’importanza del rapportarsi all’ambiente, l’attesa del momento giusto, la scelta del materiale e degli accessori, la presenza determinante degli assistenti.

Infine il vademecum vero e proprio: si comincia sulle generali e si arriva dove si voleva arrivare fin dall’inizio: i consigli sul cosa non fare e cosa fare e come farlo; le check-list del materiale, la scelta degli apparecchi fotografici (la pellicola è il mezzo privilegiato, mentre il digitale viene usato a fini utilitaristici e per la sua versatililità; gli zoom sono scartati, a beneficio delle ottiche fisse; etc.). Molto decisa anche la presa di posizione sulle manipolazioni fotografiche: Siamo in un periodo confuso in cui si chiama fotografia tutto quanto viene fuori da una macchina fotografica. Un’immagine ritoccata è una creazione infografica, non fotografica. Proprio per questo l’autore privilegia la diapositiva: perché dallo sviluppo esce un prodotto “finito” senza molti spazi per successive manipolazioni (ma attenzione alle libertà che si prendono i fotocompositori e gli art director delle riviste).

A parte le considerazioni sulle pellicole e sugli obiettivi e gli accessori, sono molto interessanti le check-list riportate in fondo al libro. In particolare quella relativa al bagaglio a mano (nel quale il Nostro riesce a far stare tre corredi ingombranti con ricca varietà di obiettivi, pellicole (90 rullini 120 o 220) ed altro. Chissà come se la caverebbe questo fotografo con le restrizioni di bagaglio della Ryan Air…

Comunque, i tre corredi sono: una superpanoramica Fuji a pellicola 6 x 17 con due obiettivi e relativi mirini, oltre agli accessori; una Hasselblad 4.5 x 6 con 4 obiettivi e accessori; una digitale Canon Eos con tre obiettivi e uno zoom più accessori.

Insomma, un libro non “facilone”, ma da leggere e risfogliare. Non un Manuale delle giovani marmotte per fotografi giramondo, ma piuttosto un invito alla riflessione sulla fotografia o meglio sull’approccio alla fotografia. Certamente un libro di qualità prodotto da un fotografo di qualità.

Per la cronaca 1: Il sito poliedrico del fotografo (in francese) si trova qui. Comprende informazioni sulla carriera (e sull’approccio) del fotografo, una selezione delle sue opere, il sotto-sito dell’Associazione Hope fondata insieme alla moglie, ed anche un ricco estratto del libro.

Per la cronaca 2: Il risvolto di copertina dle libro rivela che Olivier Föllmi è “di origine italiana, svizzera e francese”. Forse il fatto che non sia esplicitamente detto da dove viene intende sottilneare la sua “cittadinanza del mondo”.

Per la cronaca 3: Uno dei “trucchi del mestiere” che ci rivela l’autore riguarda il suo approccio alla gente quando arriva in un villaggio dell’Africa o dell’Asia: Il mio materiale essenziale è una borsa da prestigiatore. Quando arrivo in un villaggio, non porto mai la macchina fotografica appesa al collo, resta nello zaino. Mi riposo in mezzo al villaggio e, quando un bambino si avvicina, gli faccio qualche gioco di prestigio. (…) Le foto diventano così il prolungamento della magia, il seguito del mio spettacolo. (…) La magia e la fotografia sono per me pretesti di scambio. Mi permettono di essere nel cuore della vita.

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Responses

  1. […] Andreas Feininger avrebbe avuto qualcosa da ridire sul concetto di Occhio fotografico. Chissà se Olivier Föllmi  avrebbe da dire qualcosa in merito alle differenze fra fotografia e infografia. Fatto sta che […]


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