Pubblicato da: miclischi | 20 giugno 2010

Ognuno cerca il proprio genio e la propria dea

Ci sono libri che catturano fin dalle prime pagine. Fin dalle prime righe o addirittura dalle prime parole. Questione di incipit. Altri richiedono uno sforzo, più o meno convinto, da parte del lettore. Bisogna fidarsi, poi il libro partirà. O forse no. Tutto sommato, come diceva Pennac nel suo Come un romanzo, se un libro non prende, lo si può anche abbandonare.

Il genio e la dea di Aldous Huxley non ha un vero e proprio inizio. Quando il lettore affronta la prima pagina di trova davanti a una scena già iniziata, come se fosse entrato al cinema in ritardo. Il dialogo che si dipanerà lungo tutto il libro è già in corso. Il raccontatore e l’ascoltatore sono già lì seduti davanti al camino e conversano. O meglio: uno racconta e l’altro, di tanto in tanto e laconicamente, interloquisce. Non c’è la minima traccia di lusinga nei confronti del lettore, in queste prime pagine. Anzi, il lettore deve armarsi di tantissima fiducia, godersi con i polpastrelli il contatto piacevole di queste pagine ruvide, i bordi stondati tipo quaderno d’altri tempi, la cura editoriale cui lo ha abituato l’editore Mattioli 1885, e aspettare che succeda qualcosa.

Poi, pian piano, la storia decolla. O meglio: come nel cinema di cui sopra, il lettore comincia a capire cosa succede. E si lascia appassionare dalla narrazione,  dal racconto nel racconto.

Ci si rifugia nei ricordi come ci si rifugia nel Sodium Amytal.

Queste pagine sono un condensato di riflessioni sul tema “natura umana”. C’è tutto: il rapporto con il passare del tempo, l’invecchiamento e la morte; la potenza del ricordo; i legami familiari; la scienza e la religione; i libri e la poesia;  il sesso e l’immaginazione del sesso… ma soprattutto questo di Huxley è una specie di trattatello sulla “morale”, e sul suo scardinamento.

Morire è un’arte, e alla nostra età dovremmo cominciare ad impararla. Conoscere qualcuno che davvero sa come si fa è di grande aiuto. Helen ha saputo morire perché sapeva come vivere…

Il raccontatore rievoca e racconta. Confessa e si confessa; riscopre, nel ricordare, le proprie analisi dei fatti, delle circostanze, dei moventi, delle cause e degli effetti.

Da un inizio enigmatico e quasi faticoso si passa a una storia alla fine avvincente che si dipana nell’attesa della tragica fine risolutrice.

Due sole volte il raccontatore viene interrotto. E sono interruzioni fino a un certo punto, perché riportano al “tempo reale” gli stessi temi della narrazione al passato: il risveglio nella notte del nipotino del raccontatore e il rientro dai festeggiamenti di natale di sua figlia e del suo insulso accompagnatore.

Ma chi sono il Genio e la Dea? Sono l‘archetipo dei personaggi mitici di cui forse ognuno ha bisogno nel proprio percorso formativo. Miti ideali di scienza logica  e passione perfetta, sono per il raccontatore le figure chiave che hanno scardinato la propria formazione e le marchiature dell’infanzia per avviarlo alla maturità, alla scienza, alla vita.

In genere ignorava le situazioni sgradevoli, si limitava ad attraversarle come se non esistessero. E infatti, se le riusciva di ignorarle abbastanza a lungo e abbastanza serenamente, cessavano di esistere.

Nonostante le titubanze iniziali, quindi, una splendida lettura, e una conferma della qualità, oltre che della cura, di questa collana Experience classici di Mattioli 1885.

Per la cronaca 1: Ragionando di Incipit letterari: qui ce ne è una bella collezione.

Per la cronaca 2: Qui c’è il sito web dell’editore Mattioli 1885 e qui la pagina dedicata alla collana Experience.

Per la cronaca 3: Si era ragionato tempo fa su un altro pregevole volume della collana: qui c’è il post in questione.

Per la cronaca 4: Wikipedia ci insegna che da questo lavoro fu tratta una pièce teatrale di scarse fortune ed anche un film tedesco.

Aldous Huxley: The Genius and the Goddess. Traduzione in italiano di Paolo Cioni: Il Genio e la dea. Editore Mattioli 1885, 2008. 160 Pagine, 16 Euro.

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