Pubblicato da: miclischi | 3 giugno 2010

La nostra malavita

La nostra vita è un film di Daniele Lucchetti. Narra le vicende di un piccolo – piccolissimo – imprenditore edile che lotta per sopravvivere. Gli muore la moglie di parto lasciandolo con due figli piccoli e uno piccolissimo; gli capitano tutte le sfighe del mondo sul lavoro dove deve confrontarsi con gli immigrati irregolari, le morti sul lavoro, le scadenze-capestro, i debiti, gli appalti e i subappalti; anche l’aiuto fondamentale per i bambini prestatogli dalla coppia del piano di sotto (lui spacciatore in carrozzella – uno Zingaretti maiuscolo – e lei una ex-prostituta senegalese) viene a mancare quando l’audace infermo viene minacciato e malmenato da una banda di malavitosi.

Un altro titolo del film avrebbe potuto essere La nostra malavita. Non solo a rappresentare i disagi e le sofferenze, ma – forse soprattutto – malavita nel senso di vita criminosa. Il messaggio fondamentale del film è proprio questo: quanto nella “nostra vita” – perlomeno nella “vita di molti” – la criminalità sia un fatto con il quale ci si abitua a convivere per andare avanti. Lavoratori edili senza sicurezze né garanzie, lavoro nero, spaccio e babysitteraggio che vanno a braccetto, morti bianche ignorate e nascoste. Una specie di Pulp fiction de noantri dove però la violenza che diventa “normale” non è quella dei criminali glamour di Tarantino ma quella dei cantieri edili senza regole.

Ex-aequo

Ben meritata la palma di Cannes per Elio Germano, convincente la prova di Raoul Bova che riesce a ben interpretare un giovanottone timido incapace di  rapportarsi alle donne, quasi irriconoscibile Luca  Zingaretti nella sua interpretazione estrema.

Un punto a sfavore: la steadycam che non è steady manco per il salsiccio. L’immagine traballante della cinepresa, che segue le vicende in un anelito di realismo estremo, fa venire soprattutto il maldimare.

Un mezzo punto a sfavore: c’è nel film un inno un po’ sdolcinato alla famiglia, porto sicuro in cui si trovano il conforto alle disgrazie e la soluzione ai problemi. Il protagonista ha un fratello e una sorella, oltre a un amorevole e disponibile cognato, che gli risolvono i problemi. Risulta alla fine un po’ forzato – irrealistico nell’estremo realismo del film – questo ruolo di panacea, non solo affettiva ma anche logistico-economica – della famigliola affiatata. Ma la bravura degli attori (tutti gli attori) e il ritmo efficace del film alla fine rendono questa pecca quasi accettabile.

Per la cronaca 1: nella esile quasi inesistente colonna sonora del film spicca con forza Anima fragile di Vasco Rossi.

Per la cronaca 2: il trailer del fil si può vedere qui.

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