Pubblicato da: miclischi | 27 maggio 2010

Wagner in diretta al cinema

Si chiama “Network Digitale Microcinema”. E’ un sistema che permette di proiettare in diretta al cinema le riprese effettuate in qualsiasi teatro. Concerti, opera, insomma tutte le rappresentazioni teatrali potranno essere viste al cinema dietro casa senza doversi spostare fino alla Scala di Milano o in chissà quale altro tempio della musica. Prima esperienza pisana il 26 maggio 2010 al cinema Lumière con L’Oro del Reno di Wagner in diretta nella produzione scaligera. Bene, bene. E’ una vita che non si vede un po’ di Wagner al Teatro Verdi di Pisa, quindi ben venga questa soluzione tecnologica. Immagine e suono di alta qualità, qualche problema di sincronizzazione dei sottotitoli, ma alla fine si può concludere che l’esperimento, dal punto di vista tecnico, è riuscito. Solo un appunto sulla regia forse troppo sbilanciata “televisivamente”: troppo attenta ai primi piani e alle smorfie dei cantanti, non ha permesso appieno di apprezzare la scena nel suo insieme.

E l’opera? L’opuscoletto che descriveva la serata indicava Daniel Baremboim come “wagneriano perfetto”. Non è dato sapere da dove venga questa convinzione sull’infallibilità del Maestro Baremboim, ma la sua interpretazione del prologo wagneriano è risultata abbastanza piatta, con rari sussulti (la scena della negoziazione con Alberich per la cessione dell’oro e dell’anello, e poco più). A differenza di tante altre opere wagneriane questo oro del Reno è a prova di noia: dura poco più di due ore e mezza senza intervalli e offre la possibilità a direttore, cantanti, regista e scenografo, di produrre uno spettacolo scoppiettante e magnifico. In questa edizione scaligera sono riusciti nello scopo solo i cantanti, mentre le scene sono risultate scialbine, i costumi (gli dei in doppiopetto consunto?) di dubbio gusto, i video sullo sfondo insignificanti, i sinuosi ballerini (?!?) invadenti e quasi fastidiosi, la regia alquanto piatta. La direzione di Baremboim, come detto, ha reso alcuni tratti quasi lagnosi e lungheggianti. Orrore!

Wotan e Fricka

Le voci. Il vero elemento piacevole della serata. Una fra tutte: la Fricka di Doris Soffel. Ha elevato al rango di personaggio comprimario quella che in tante edizioni viene relegata al ruolo di scialba moglie rimpiscatole che se stesse zitta sarebbe meglio. La consumata esperienza e disinvoltura della Soffel ha dato nuova luce e importanza a questo personaggio.

Loge il genietto, maligno/benigno antagonista dei presuntuosi dei del Walhalla, è il vero protagonista dell’opera. Bravino, Stephan Rugamer, nella sua presenza scenica e nel suo interagire con gli altri personaggi; certo che la sua voce mancava un po’ di quei guizzi fiammeggianti, quel tono sbeffeggiatore che rende la voce di Loge un’interpretazione tenorile tutta speciale.

Quasi quasi sembrava che la voce di Wolfgang Ablinger-Sperrhacke, ottimo Mime, fosse forse più adatta di quella di Rugamer per interpretare il genietto sfavillante.

Tutto fuorché un nano, un po’ ingombrante nel suo corpaccione, Johannes Martin Kraenzle ha reso un’interpretazione di Alberich molto efficace e convincente; tanto nelle vezzeggianti allitteranti lusinghe delle ondine quanto nella tuonante maledizione con la quale predice il declino degli dei.

Freia e Fasolt

Totalmente cancellati dalla splendida interpretazione e dalla voce giusta e possente i potenziali problemi di physique du role di Kwangchul Youn, un gigantesco Fasolt senza l’aiuto della statura.

E Wotan? Dovrebbe essere il vero regista della vicenda, quello che tutto regola e comanda. Voce buona, quella di René Pape, ma con una presenza scenica un po’ ingessata e una mimica quasi assente; alla fine, tuttavia, merita la promozione.

Sorvolando sul Froh di Marco Jentsch che sta lì solo a fare il Raoul Bova della situazione, due parole sul povero Donner interpretato da Jan Buchwald. Forse dal dio del tuono e delle saette ci si aspetterebbe un atteggiamento che so, atletico, sprezzante delle bufere e delle intemperie, insomma uno che quando serve possa con destrezza roteare il suo martello per chiamare a sé gli elementi. Macché: se ne è stato fermo tutto il tempo, gonfio e goffo nella sua impacciata presenza, e anche quando è arrivato il suo momento (Heda! Heda! Hedo!) la sua voce non è riuscita a prevalere sulla sua goffaggine.

Per finire, l’apparizi0ne di Erda da sottoterra. Che c’azzecca che salga su un pistone idraulico fino a un’altezza vertiginosa? Ma non doveva starsene a mezzobusto nella sua madre-terra? Un coup de theatre poco utile e poco riuscito, anche perché la tuonante voce profetica di Anna Larsson è di fatto poco tuonante.

L'apparizione di Erda

Si diceva di scene e regia. L’Oro del Reno è di sicuro una delle opere che presenta più sfide alla tecnologia ma anche alla fantasia di chi la mette in scena. Ora, l’ascesa degli dei alla fortezza del Walhalla dovrebbe avvenire, proprio alla fine dell’opera, tramite un ponte-arcobaleno creatosi magicamente dalla bufera scatenata da Donner. Registi e scenografi ne hanno pensate di tutte. Qui, in questa edizione scaligera, si vede che non si sono sforzati abbastanza. Mentre incalza la musica celestiale del finale gli dei se ne stano fermi lì. Non vanno da nessuna parte, guardano lo sfondo ispirato ai bassorilievi erotici dei templi indiani (?!?) e basta. Un finale decisamente in tono minore.

Ciononostante, una bella serata, certamente da ripetere con nuovi concerti e nuove opere da godersi al cinema. Una bella serata che è stata anche l’occasione si andare a ripescare, nei librini consunti di Guido Manacorda degli anni ’30 del Novecento, una frase che distilla in poche parole l’essenza tutta del dramma Wagneriano: Brillava infatti un tempo, all’origine del mondo, l’oro puro nel fluire eterno dell’acqua innocente.

Wotan con Loge

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Responses

  1. ma vuoi mettere con zubin mehta e la fura dels baus?


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