Pubblicato da: miclischi | 22 febbraio 2010

L’esistenza lacerata di Ariel Dorfman

Ariel Dorfman in realtà si chiamava Vladimiro. Fu chiamato così dai genitori comunisti in onore di Vladimir Ilic Lenin. La sua famiglia di ebrei russi era fuggita dalle persecuzioni ai tempi dello Zar poco prima della rivoluzione ed era approdata in Argentina. La famiglia Dorfman, attraverso le generazioni, è sempre stata in movimento: in fuga, in esilio, in cerca di un luogo dove piantare le tende stabilmente.

Nel suo libro di memorie autobiografiche (nato in inglese col titolo Heading South, Looking North: A Bilingual Journey, e tradotto in castigliano dall’autore stesso col titolo Rumbo al Sur, deseando el Norte: un romance en dos lenguas) Dorfman mette in chiaro fin da subito di considerarsi una persona dalla doppia personalità: anglofona e ispanofona. Le vicende della vita lo hanno portato, dopo la nascita in Argentina, a trascorrere alcuni anni dell’infanzia a New York, poi in Cile, di nuovo in California allo sbocciare della protesta giovanile e del movimento hippy della fine degli anni ’60, poi di nuovo in Cile fino alla tragedia dell’11 settembre 1973, e quindi di nuovo negli USA dopo anni di esilio/peregrinaggio. Adesso Dorfman è un cittadino statunitense, ma durante tutta la sua vita questa doppia personalità sembra averlo tormentato sempre.

Tormento che permea tutto il libro di memorie, un racconto scritto a due velocità, alternando nei capitoli lo scorrere lento della vita dei nonni e dei genitori e poi la propria, con il convulso succedersi degli eventi che hanno immediatamente preceduto e poi seguito la fine di Salvator Allende e del sogno socialista in Cile. Nel raccontare delle peripezie dei nonni e poi dei genitori Dorfman adotta un tono epico di sapore Kesseliano (ma guarda… un altro autore ebreo di origini russo-argentine), mentre nel rivivere i giorni tragici del Settembre 1973 riesce a trasmettere l’ansia concitata degli eventi vissuti da vicinissimo in prima persona.

Per un puro caso (questione di scambio di turni fra colleghi), Dorfman – che collaborava con il Governo Allende in qualità di addetto culturale –  non si trovava al palazzo presidenziale nella notte fra il 10 e l’11 settembre 1973. Ciò  molto probabilmente gli salvò la vita, ma il “complesso del sopravvissuto” lo perseguiterà per sempre.  Come se il fatto di non esser morto con i suoi compagni sminuisse il valore della sua militanza politica, come se la possibilità di poter scrivere a beneficio di tutti sui fatti del movimento allendista e sui misfatti della represione di Pinochet non avesse costituito di per sé un degno modo di continuare a far politica attivamente. Ma forse con quel tipo di traumi ognuno fa i conti a modo proprio.

La testimonianza di Dorfman riporta alle coscienze la memoria di quella stagione tremenda. Ma è come se nel raccontarla non potesse esimersi dal sottolineare quanto quegli anni siano stati tremendi anche per lui; lui che si è salvato, che non è stato arrestato o torturato o ucciso, che si è rintanato nell’Ambasciata di Argentina per poi espatriare come rifugiato politico…

Tutto il libro lo si legge con grandissimo interesse e partecipazione grazie all’abilità narrativa di Dorfman, ma il vero capolavoro intellettuale e politico lo si trova nel penultimo capitolo. Nel rivivere gli anni del golpe e dell’esilio, a oltre 25 anni di distanza, l’autore compie un gesto di coraggio estremo: sotto  forma di ipotesi di dialogo col se stesso giovane, elenca tutti gli errori commessi contro i quali vorrebbe metterlo in guardia. Forse evitando quegli errori politici e strategici si sarebbe potuto evitare il disastro. L’elenco dei sette “peccati capitali” lascia allibiti. Ma come, allora non è stata tutta colpa dei “cattivi”? Eppure quel che potrebbe apparire a prima vista come un ripiego revisionista rappresenta invece la critica (autocritica!) legittima di chi, a ragion veduta, ha capito che forse le cose avrebbero potuto andare diversamente.  Ma, dopo questa impietosa lista dettagliata dei sette errori che secondo l’autore contribuirono a determinare quell’11 di settembre maledetto, Dorfman ci tiene a chiarire bene una questione di fondo, quel che non direbbe mai al suo alter ego:

Pero hay una cosa che no le diré, que no le diré a ese joven que yo fui. No le diré, nunca le he dicho a ese alter ego mío en el pasado, que se equivocó al rebelarse.

Eso lo hichiste bien, eso tendrías que volver a hacerlo si tuvieras la oportunidad: ser rebelde.

Per la cronaca 1: Il libro è stato pubblicato in Italiano dall’editore Guanda.

Per la cronaca 2: I dilemmi linguistici (nell’alternarsi fra il pensare e scrivere in inglese e il pensare e scrivere in castigliano) si susseguono frequentemente nel libro, e uno dei più importanti è quello relativo alla parola Compañero. L’autore esplora varie possibilità in inglese (soul mate,  buddy, friend, comrade) e anche la parola più etimologicamente vicina: companion, ma nessuna variante viene ritenuta adeguata per rendere veramente il suono-significato della parola spagnola, o meglio latino-americana.

Per la cronaca 3: Negli anni del periodo allendista Dorfman divenne famoso per un suo libro su Paperino, o meglio su come i fumetti disneyani costituissero uno strumento del colonialismo capitalista nordamericano in America latina e nei paesi poveri in genere. Il libro fu pubblicato in Italia da Feltrinelli nel 1972 ma adesso, prevedibilmente, è fuori catalogo. Qui si trova una estesa recensione dell’edizione italiana, mentre qui c’è il link per scaricare la versione elettronica dell’originale in spagnolo: Para leer al Pato Donald.

Per la cronaca 4: Di Ariel Dorfman si era parlato tempo fa qui, a proposito del suo lavoro teatrale La morte e la fanciulla, da cui fu tratto l’omonimo film di Roman Polanski.

Per la cronaca 5: La mattina dell’11 settembre 1973, quando già era in atto il golpe militare, Salvador Allende riuscì a trasmettere un ultimo messaggio al suo popolo tramite Radio Magallanas. Nel rumore possente delle onde statiche e delle voci fuori campo, la voce di Allende, questo discorso estremo ai suoi compatrioti, agli uomini e alle donne del Cile, questa atmosfera di fine imminente, provocano una grande emozione. Su questo (uno  dei numerosi link su youtube) c’è anche il testo integrale del discorso, che si può leggere ascoltando la traccia audio. Le ultime parole di Allende: ¡Viva Chile! ¡Viva el pueblo! ¡Vivan los trabajadores! Estas son mis últimas palabras y tengo la certeza de que mi sacrificio no será en vano, tengo la certeza de que, por lo menos, será una lección moral que castigará la felonía, la cobardía y la traición.



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  1. […] ci sono stati i documenti, gli scritti, i film… Ariel Dorfman con La morte e la fanciulla, giù giù fino alla campagna di informazione fotografica presentata […]


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