Pubblicato da: miclischi | 7 febbraio 2010

Mi ritorni in mente… Nicola di Bari!

Sanremo 1970

Ognuno ha il suo rosebud. Ai registi cinematografici italiani (e non solo) succede a volte che l’elemento evocatore su cui imperniare il film sia una canzone, o il testo di una canzone.

C’è qualche similitudine nella scelta di Paolo Virzì per il suo ultimo film La prima cosa bella (canzone di Nicola di Bari del 1970 su testo di Mogol – cantata in tandem a San Remo anche dai Ricchi e Poveri) e quella di Alina Marazzi per il suo Un’ora sola ti vorrei (canzone di Bertini-Marchetti del 1938, lanciata da Ornella Vanoni nel 1967 e ripresa da Giorgia nel 1997).

In entrambi dolorose storie di famiglia, evocate proprio dalla canzone in questione. Ma se la Marazzi sceglia la strada documentale, Virzì se ne esce con una commedia livornese. O meglio, non così livornese come Ovosodo: nel suo nuovo film il regista cerca di raccontare una vicenda un po’ meno livornocentrica, si dota di attori prevalentemente non livornesi, e tenta il gran passo verso la commedia universale sul tema della famiglia sfasciata. Ci riesce? In gran parte sì. Ne viene fuori una storia altamente godibile, per alcuni commovente fino alle lacrime, con un uso molto ben riuscito degli inserti comici nelle situazioni tragiche.  Cade un po’ proprio laddove non riesce a realizzare appieno lo sganciamento dalla livornesità (come nel caso dell’ingessato Mastandrea che quasi gli vien da ridere se deve dire qualcosa in livornese). Gli altri improvvisati livornesi, chi più chi meno, se la cavano bene (anche la Ramazzotti che, uscita dal ruolo della fìa ciotarella di Tutta la vita davanti, risulta abbastanza convincente).

La storia è quella di due bimbi sballottati dai primi anni ’70 in una vita dal doppio volto (disagiata/avventurosa) insieme alla bellissima madre manipolata dagli uomini. In una narrazione sdoppiata (alternanza di passato e presente) si ripercorrono gli anni di questa non-famiglia fino agli ultimi giorni della madre anziana e malata. Si mescolano violenza e tenerezza, intrecci amorosi, squallore, esaltazione, livornesità, situazioni assurde e comiche. Un miscuglio ben calibrato: mai eccessivo, mai noioso. Il tutto imperniato sul fatto che le esperienze vissute nell’infanzia  costituiscono – nel bene e nel male – la matrice indelebile che rimane per tutta la vita in ogni essere umano.

Ma c’è un motivo, che da solo basterebbe a giustificare la visione del film,  per il quale è un vero piacere godersi questa opera di Virzì. E’ lei, Stefania Sandrelli. Proprio come nel caso del personaggio che interpreta (la Ramazzotti invecchiata), rimane bellissima, spumeggiante, desiderosa di godersi la vita – e il cinema – e trasmette il vero messaggio di ottimismo del film. Se ne fotte del tempo che passa, delle dicerie, delle angherie e del dolore, e continua a spandere gioia e benessere intorno a sé.

Per la cronaca: Esiste un sito web (in inglese) che raccoglie proprio i film che hanno tratto il titolo da una canzone. Eccolo qui.

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Responses

  1. Mi si dice, livornesi doc, che la Sandrelli è anche l’unica che ha un accento livornese credibile..deh!

  2. Grazie al post mi sono soffermata sul sito di Nicola di Bari e sull’effetto speciale che c’è sulla sua foto, merita!(Le so quasi tutte le sue canzoni!)


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