Pubblicato da: miclischi | 3 gennaio 2010

Robert Cahen a Lucca

Via San Micheletto a Lucca è un vicolino che parte dall’Orto Botanico e sfocia vicino a Porta Elisa. Anche se i cancelli dell’orto botanico sono chiusi, affacciarsi è già un piacere. E immaginare quiete giornate d’estate nella frescura dell’ombra secolare di quelle piante gigantesche. Ma anche in una bella giornata di gennaio (una di quelle giornate che Sandro Ciotti avrebbe definito fredda e luminosa come una diva del muto) una passeggiatina in questa parte di Lucca è un vero piacere. A un passo ci sono le mura, affollate di passeggianti nel giorno di festa soleggiato; peccato però, anche qui i platani stanno morendo, enormi ceppaie rimangono a testimone, come macchie per terra.

Vicino allo sfociare verso Porta Elisa c’è l’antica chiesa di San Michele, con l’attiguo ex-convento di Clarisse. Qui ha sede la Fondazione Centro Studi sull’arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti. In questa splendida sede è stata allestita a cura di Sandra Lischi la mostra Passaggi, trent’anni di video-installazioni di Robert Cahen (per i ritardatari: è aperta fino al 10 gennaio 2010).

Si tratta di undici opere allestite e presentate in modo impeccabile negli spazi adeguatissimi della Fondazione.

  1. Suaire (sudario). Una tela sospesa a mezz’aria dove si susseguono immagini di volti evanescenti. Come intravisti attraverso una cascata di nulla. I volti appaiono e scompaiono; battono le palpebre. A terra un cerchio di ghiaino bianco, come segno lasciato da civiltà aliene. Un Ground zero ante litteram. Una premonizione sul tema ricorrente nei lavori di Cahen: l’evanescenza delle immagini – delle persone – nel bianco accecante, nel ghiaccio sconfinato.
  2. Paysages d’hiver (paesaggi invernali). Rieccoci. Cahen ama il ghiaccio, il bianco accecante, le distese sconfinate di grande nulla. Ma qui ci sono anche i colori sgargianti degli hanorak dei personaggi che si aggirano a rallentatore negli spazi senza limiti. Però questo non è inverno. E’ un paesaggio nordico (potrebbe anche essere estate…). Che l’inverno sia un’antonomasia? Un inverno universale? Che sia the winter of our discontent? Due schermi contigui su due pareti d’angolo ci ricordano con le loro immagini discordanti che il tempo può scorrere a diverse velocità. Specialmente quando è congelato…
  3. Attention, ça tourne! (Attenti che gira!). Uno schermo circolare e ruotante gira, gira gira. La superficie dello schermo è sufficientemente ruvida da far apparire le diverse velocità tangenziali all’allontanarsi dal centro e quindi da provocare una sensazione di sfrangiatura ruotante e di pittura con colori pastello. Una folla di cinesi in bicicletta avanza verso l’obiettivo come per travolgerlo, come la locomotiva dei Lumière. La ruota che gira è anche la ruota della bicicletta. Tutto – le persone, le biciclette, i volti – si sfrangia nella rotazione. E non si ferma mai. Immagini evocative della musica psichedelica della San Francisco a cavallo fra gli anni ’60 e ’70 del ‘900.
  4. Horizontales couleurs (orizzontali colori). Righe, righe (verticali, a dire il vero). Righe, righe, righe (diversamente spesse e distanziate, dipinte, poi con bande orizzontali). Righe. Righe. Dopo un po’ viene a noia e passa la voglia di aspettar per vedere dove può andare a parare.
  5. Cartes postales vidéo (cartoline video). Immagini da cartolina, dopo qualche secondo di still sul monitor, all’improvviso suscitano musica e poi si animano. Diventano mini-video da affrancare e spedire a casa durante un viaggio. Molto godibile, variegato e variopinto, questo lavoro. Particolarmente efficaci le “vere” immagini da cartolina (monumenti, vedute celebri), più di quelle che da subito appaiono come “fermo immagine” di un video che sta per ripartire.
  6. Sept visions (sette visioni). A parte che erano sei perché l’ultimo video non funzionava… Sette casse da morto di tavole assemblate alla bell’e meglio. Sette bare sospese a mezz’aria da cavi d’acciaio e tenute in posizione da contrappesi per terra. Sa un lato della bara c’è una finestrella alla quale ci si può affacciare per vedere il cadavere: un monitor all’altra estremità della cassa da morto che manda in loop immagini di quotidianità orientale: 1) i treni visti dal treno e visti da fuori; successione infinita di finestrini che si affacciano su scompartimenti affollati di un treno infinito, un train de vie. 2) Omìni che si scambiano urli in un giardino. Poesia collettiva silvana? 3) Funerale: il video di una cassa da morto dentro una cassa da morto. 4) Fiume limaccioso in piena con gorghi. 5) Omìno che lavora a un telaio o a un batti-fibre. 6) Scena  di folla al mercato con la stessa tecnica di ripresa delle biciclette di cui sopra al punto 3. 7) Chissà cos’era.
  7. Paysage/Passage (Paesaggio/Passaggio). Diciotto monitor sciorinati per terra su un nàilo. I monitor catodici sono montati su una specie di chassis di plexiglas che permette di sbirciare sulle interiora elettroniche dei televisorini. Sui monitor scorrono immagini elettroniche e disturbate/disturbanti di paesaggi ferroviari (ripresi dal treno) a diverse velocità. Rotaie, solarizzazioni, finestrini del treno. Alla fine è più di impatto l’installazione in quanto tale, che quel che i monitor mostrano.
  8. Sanaa, passages en noir (Sanaa, passaggi in nero). Avvicinandosi alla saletta in cui viene proiettato questo video si odono le note inconfondibili del coro d’apertura della Passione Secondo Giovanni BWV 245 di Johann Sebastian Bach. Per chi ha in testa da oltre trent’anni alcune idee per realizzare un video su questa musica, l’avvicinarsi alla tenda nera della saletta significa apprensione, emozione, commozione già nell’anticipazione. Ma dopo pochi minuti viene da pensare: ma con tutti i video muti che ha fatto Cahen, non poteva lasciare muto anche questo? Il video ha una sua genialità: le immagini sono riprese da una postazione fissa in un vicolo. Donne vestite di nero da capo a piedi compaiono come in dissolvenza, fanno qualche passo nel vicolo e prima di uscirne (o prima di entrare in una porta) si ridissolvono nel nulla. A dire il vero a un certo punto compare anche un omìno. L’immagine è molto forte, resa in modo straordinariamente efficace, nella sua fissità, nella ripetitività rassegnata dei gesti. Ma perché quella musica? Perché portare la celebrazione del Vangelo di Giovanni nella capitale Yemenita? Sembra quasi un insulto all’Islam. Anche le parole del coro non illuminano nel giustificarne la collocazione: Signore, nostro Signore  il cui nome / In tutte le terre è glorioso, / Mostraci con la tua passione / Che tu, il vero figlio di Dio / In tutti i tempi, anche quelli più grami / sei stato glorificato. Ma, soprattutto, non torna l’aver ignorato la tragica puntualizzazione di quel ripetuto, terribile esclamato Herr! che passa inosservato in una “colonna sonora” che risulta quindi alla fine, altamente inadeguata alla potenza delle immagini. E viceversa. Peccato.
  9. Traversées (attraversamenti). Un grande schermo bianco su una parete bianca con immagini bianche di persone che lentamente si materializzano in dissolvenza e camminano verso lo spettatore. Poco prima di fare il salto spazio-temporale che le porterebbe nel mondo “al di qua” le figure evanescentemente si ridissolvono nel bianco da cui erano venute. Una impressione di “già visto” accompagna la visione. La rivisitazione in chiave bianco-glaciale caheniana di The Crossing (guarda caso) di Bill Viola del 1996?
  10. Françoise en mémoire (Françoise nella memoria). Primo piano spietato e impietoso di un’anziana signora solcata di rughe e di vecchiezza. Talmente vecchia e immobile che a tratti sembrano immagini fotografiche invece che video. A volte la signora accenna un sorriso, o una smorfia, o una parola. Infatti le cadono per terra, le parole, rotolano, scivolano via da lei sul pavimento, roteando e volteggiando, fino a scomparire definitivamente nel nulla. Sono le parole della vita: Silenzio, Metamorfosi, Sedia, Il caso, Scomparsa. Un lavoro molto potente, riuscitissimo.
  11. Tombe – Tombe (avec les mots) – Le cercle (Tomba – Tomba (con le parole) – Il cerchio). Un trittico di grandi videi proiettati su tre pareti della sala. La tomba sullo sfondo, proiettata dal basso con effetto trapezoidale, riprende i prediletti paesaggi di ghiaccio. Uno degli schermi laterali mostra parole che roteando affondano nel nulla di uno sfondo blu. Sull’altro schermo di fianco annegano nell’acqua, lentamente trascinati verso il fondo, oggetti, un berretto, un giocattolo, una Barbie, un guanto, un vestito; e a un certo punto transita inesorabilmente verso il fondo anche una ragazza in costume da bagno.

L’acqua e il ghiaccio tornano come temi ricorrenti nei lavori di Cahen. Infatti la vera tomba, quella che davvero avvolge nel gelo della morte, e rende tutto diafano, bianchissimo, dai contorni sfumati e dai tratti evanescenti sembra proprio essere lui, il ghiaccio. Il ghiaccio eterno.

Un bel pomeriggio a Lucca, freddo e luminoso.

Per la cronaca: qui c’è un’intervista di Sandra Lischi a Robert Cahen a proposito della mostra di Lucca.

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Responses

  1. bel post, frisky, congratulazioni.

  2. Complimenti vivissimi a Vittorio Baccelli che sul Nuovo Corriere di Lucca ha scopiazzato abbondantemente, ma proprio senza neanche preoccuparsi di rielaborare, né tanto meno di citare il testo di questo post. Peccato che dopo aver annunciato 11 installazioni ne descriva solo 6… il taglio della redazione è stato proprio impietoso, povero Baccelli… Comunque, complimenti davvero vivissimi, una professionalità giornalistica davvero impeccabile!

  3. […] che la Mostra di Robert Cahen alla Fondazione Ragghianti sta per finire, attinge a piene mani dal post pubblicato il 3 gennaio qui su Enez Vaz. Ma non idee, concetti, analisi: proprio frasi, frasone […]


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