Pubblicato da: miclischi | 11 dicembre 2009

Mihăileanu e il suo Concerto: Blues Brothers post-sovietici

E’ noto che Jake Blues, dopo tre anni di galera, vide la luce ascoltando la predica del reverendo Cleophus (James Brown) nella chiesa di Triple Rock e decise di ricostituire la sua Band. Cominciò quindi a scorazzare col fratello Elwood con una scassatissimma macchina della polizia alla ricerca di tutti i suoi musicisti, per convincerli a tornare a suonare insieme. Una missione per conto di Dio che di peripezia in peripezia culminerà nel tripudio del concerto alla Sala Grande del Palace Hotel. E questa era la vicenda narrata nel film The Blues Brothers. Immaginiamo che, mutatis mutandis, la vicenda di svolga, invece che negli USA dell’inizio degli anni ’80, nella Russia dell’inizio del XXI secolo; che il direttore d’orchestra protagonista della storia, dopo trent’anni di epurazione Bresneviana, veda la luce in un fax pervenuto nel tempio del Teatro Bolshoi e decida di rimettere insieme la sua orchestra; che la ricerca dei suoi musicisti di un tempo (difficili da convincere) sia fatta girando fra i luoghi più sgarrupati di Mosca insieme al fraterno amico violoncellista che guida una sdrenatisima ambulanza… il transfer è fatto. Non si tratta di una band R&B ma di un’orchestra sinfonica, però l’impianto della storia è praticamente lo stesso, compresa la spasmodica attesa di due ritardatari al concerto (non al Palace Hotel ma al Teatro dello Chatelet di Parigi) e una nuova efficace versione dell’immortale ti ho sempre amato.

Il concerto, film del 2009 del rumeno Radu Mihăileanu (quello di Train de vie) entra nel filone ormai sempre più lungo del cinema revisionist-irrident-smitizzante post-sovietico. Si salva dalla retorica – per fortuna – con l’ironia, e infatti ce n’è per tutti: i vetero-comunisti russi e francesi che continuano a credere nell’Idea anche quando sono rimasti in quattro gatti, i russi inaffidabili e sconclusionati, gli ebrei che pensano più che altro a fare affari, gli zingari che si muovono sempre in branco, i riccastri mafiosi del nuovo corso del capitalismo russo, gli impresari e direttori di teatri… non si salva nessuno dalle stilettate (alquanto strereotipate, a dire il vero, ma ben realizzate) della sceneggiatura. Oltre due ore che filano via lisce attraverso risate, gag irresistibili, momenti di ansia o di dramma, ironia a profusione, lacrime, commozione e – soprattutto – musica. La musica, quel Dio in nome del quale i musicisti post-sovietici compiono la propria missione di riappropriazione. In una battuta chiave del film il direttore d’orchestra Andrei Filipov (Alexei Guskov) cerca di convincere l’ex funzionario del KGB a non piantarlo in asso affermando che quando tanti diversi musicisti si ritrovano insieme per suonare in un’orchestra, quello è il vero comunismo. Quando parla dello stesso argomento con la solista (la violinista Anne-Marie Jacquet – interpretata dalla splendida Mélanie Laurent) non si parla più di comunismo: lo scopo della musica, del far musica insieme, è quello di trovare risposte, di raggiungere l’armonia suprema.

Mélanie Laurent interpreta la violinista Anne-Marie Jacquet

La versione originale francese del film è quasi interamente in russo e permette di gustare anche alcune sfumature linguistiche nelle immaginabili difficoltà di comunicazione fra i personaggi russi e francesi. Ma alla fine, prevedibilmente, trionfa l’universalità del linguaggio musicale, e la scena finale del concerto, pur con i suoi fantastici inserti comici, produce grande emozione e commozione; tanto che la sensazione di “svuotamento” emotivo che si impadronisce degli interpreti quando la musica finisce viene trasmessa pari pari anche allo spettatore, che rimane scosso e basito.

Per la cronaca 1: Il tributo dei musicisti russi non va a Wilson Pickett ma a Pëtr Il’ič Čajkovskij e al suo concerto per violino e orchestra in re maggiore op. 35. Su Youtube c’è un interessante filmato-intervista con Anne-Sophie Mutter e André Previn sul Concerrto di Ciaikovski.

Per la cronaca 2: La stessa musica fu usata in un popolarissimo carosello per la pubblicità dello Stock 84. Finì infatti anche in una di quelle orride complation della serie Classic in Spot.

Per la cronaca 3: nel film ha una parte di rilievo anche l’intramontabile Miou-Miou. Avrebbe avuto una parte anche Jacqueline Bisset, ma poi le scene con lei non sono state incluse nella versione definitiva.

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