Pubblicato da: miclischi | 25 agosto 2009

C’è chi fa il torero, il deputato… Io faccio il fotografo.

Blow-up 1Un regista italiano per un film inglese, girato in inglese; ma ispirato da un racconto argentino ambientato a Parigi… Negli anni ’60 e ’70 Blow Up di Michelangelo Antonioni (1966) divenne un film cult per i fotografi che si estasiavano all’idea che si potesse con nonchalance tenere una Nikon nel cruscotto della macchina, che si potessero avere varie camere oscure in casa, che si potesse giocare a ingrandire un negativo, stampa 50×60 dopo stampa 50×60. Quella luce rossa, poi,  che si accende fuori dalla camera oscura quando dentro si spegne la luce bianca… Insomma, per molti a quei tempi fu soprattutto un film esaltante perché mostrava quanto la fotografia potesse essere importante nella vita quotidiana di una persona.

armi segreteGli anni passano, si guarda e si riguarda il film. Si scoprono le sue tante facce, motivi di esaltazione e di entusiasmo. Prima di tutto Julio Cortazar e il suo racconto Las babas del diablo (nella raccolta Le armi segrete, del 1959). Per ammissione dello stesso Antonioni, questo racconto fornì quasi solo lo spunto dell’ossessivo ingrandimento fotografico, ma a ben leggere si scopre che in realtà il tema dominante (del libro come del film) non è tanto la ricerca del particolare che sfugge a prima vista, bensì il significato vero della parola “immagine” . Un’immagine-evocazione di Cortazar compare nel portfolio di fotografie scattate dal protagonista nel dormitorio pubblico. Immagini ricorrenti e cangianti di nuvole accompagnano la stesura del racconto. Immagini dei quadri del pittore amico/rivale del fotografo di nuovo nel film (“Non significano niente quando li faccio. Sono pastrocchi. Dopo, ci trovo qualcosa dentro…”). Immagini (infinite immagini) scattate in giro per la città o nello studio fotografico. Immagini che sembrano non saziare mail il bisogno di vedere del fotografo. Immagini vere o presunte costellano tutto il film, fino alla risoluzione dell’ultima scena della partita a tennis con/senza pallina.

Ma questo è anche un film ricchissimo di particolari. Guardandolo e riguardandolo si scoprono sempre nuove cose, ci si sente sempre di più fotografi di quel che succede, invece che semplici spettatori, e si subisce quella metamorfosi che Cortazar attribuisce al suo protagonista: Il fotografo subisce una specie di trasformazione della sua personale maniera di vedere le cose in virtù di un’altra maniera che la macchina insidiosamente gli impone.

blow-up nero verushkablow-up viola vanessablow-up viola sciacquine

Tutti quei fondali, per esempio. Per definizione fanno da “sfondo”, ma nella narrazione filmica diventano personaggi attivi: il nero neutro della sequenza del foto-amplesso con Verushka, il viola puro con Vanessa Redgrave, lo stesso fondale viol-entato dalle sciacquine in cerca di avventura e notorietà.

Oppure l’ossessivo bisogno che ha il fotografo di cambiarsi sempre d’abito. Gli abiti usati non possono neanche essere lavati e riutilizzati; in una scena del film il fotografo chiede al suo assistente di bruciarli. Come se per vedere e fotografare non bastassero gli occhi o la macchina fotografica, ma un approccio talmente complesso da esigere abiti nuovi ogni volta. Forse perché alcune immagini contaminano, ed è necessaria una sorta di purificazione prima di poter ricominciare a guardare.

Un film da vedere e rivedere, assaporare momento per momento, scena dopo scena, tassello dopo tassello, immagine dopo immagine. Ed anche un buon motivo per andarsi a rileggere Cortazar. Ecco l’inizio del racconto, nella traduzione italiana di Cesco Vian (Einaudi, 2008):

Non si saprà mai come raccontarlo, se in prima persona o in seconda, usando la terza del plurale o inventando continuamente forme che non serviranno a niente. Se si potesse dire: io videro salire la luna, oppure: ci mi duole il fondo degli occhi, e soprattutto così: tu la donna bionda erano le nubi che continuavano a correre davanti ai miei tuoi suoi nostri vostri loro visi. Che diavolo.

blow-up camera oscura

Per la cronaca 1: nel racconto di Cortazar la macchina fotografica era una Contax. Nel film di Antonioni, molto evidentemente una Nikon.

Per la cronaca 2: il gruppo che suona durante l’inseguimento è The Yardbirds.

Per la cronaca 3: la colonna sonora del film è di Herbie Hancock.

Per la cronaca 4: delle due sciacquine che massacrano il fondale viola, la mora era Jane Birkin. Alcuni commentatori sottolineano come la sua “Full Frontal Nudity” nel film di Antonioni, per quanto fugacissima, abbia segnato una pietra miliare nella storia del cinema.

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Responses

  1. […] da una reflex Nikon nel film Blow Up  di Michelangelo Antonioni di cui si ragionò tempo fa qui) c’erano anche le reflex. Prima le classiche Contax  con ottiche intercambiabili, e poi le […]


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