Pubblicato da: miclischi | 23 giugno 2009

Philippe Halsman: il fotografo indifferente

assassino del padreLa copertina del libro Assassino del padre raffigura il fotografo ritrattista Philippe Halsman con la sua biottica di grande formato. Lo sguardo del fotografo è quanto di più neutro si possa immaginare. Non sembra provare interesse nei confronti del soggetto che sta riprendendo, né piacere nel fotografarlo. Sembra il ritratto (proprio di lui, grande, grandissimo ritrattista) della fredda indifferenza di una persona cui – in fondo – non sembra importare un gran ché di quanto succede intorno a sé.

Il libro però non parla del fotografo Philippe Halsman, bensì dello studente universitario lèttone Philipp Halsmann, prima che cambiasse nome e diventasse americano. Era il 1928 e il giovane, che allora studiava in Germania, se ne andò in vacanza con padre in Tirolo; passeggiate in montagna di rifugio in rifugio. A un certo punto del sentiero, per cause imprecisate, il padre cadeva. Venne poi ritrovato morto dal figlio poco dopo in fondo a un dirupo, con ferite tremende al capo e mezzo annegato in un ruscello.

Il figlio fu sospettato fin dall’inizio di aver fatto fuori il padre e venne sbattuto in galera.

Duecentoquarantaquattro pagine di cronache giudiziarie sui processi e sui ricorsi che si susseguirono, ma anche di cronache giornalistiche e socio-storiche su un evento che attanagliò l’opinione pubblica in quegli anni, non solo in Austria, ma anche in Europa e nel mondo.

Furono processi iniqui perché l’imputato era ebreo e il presunto crimine ebbe luogo nell’ultra-conservatore e xenofobo Tirolo? Furono svolte indagini troppo frettolose? Fu impiegata una giuria popolare troppo gretta e incolta? Fu l’imputato stesso, con il suo atteggiamento sprezzante e intransigente, a favorire la propria condanna? Questi, e molti alti interrogativi accompagnano tutta la vicenda.

Stupisce (pur nella altissima mediatizzazione dei processi al giorno d’oggi) la risonanza che ebbe la storia a quei tempi. Ognuno aveva da dire la sua. Da medici a psichiatri a psicologi, a personalità della scienza e della politica. Tanto per fare alcuni nomi, si interessarono pubblicamente del processo personaggi come Erich Fromm, Sigmund Freud, Albert Einstein.

Ma quel che permea tutto il libro è proprio la trasposizione narrativa dello sguardo di Halsman sulla copertina del libro. Un imputato al quale sembra non importare tanto di che cosa è successo, la morte del padre, o la condanna che lo aspetta. Fino a un buon tre quarti di libro, emerge soprattutto la sua incapacità di dimostrare la propria innocenza, anzi di ostacolare il lavoro degli avvocati difensori. Il lettore si convince che forse è proprio lui il colpevole, l’assassino del padre. Poi l’impianto accusatorio crolla per altri motivi (la mancanza di movente, la mancanza di prove, l’inaccuratezza delle prime indagini) e il tutto si risolve un po’ salomonicamente con una grazia seguita dall’espulsione dall’Austria (e il trasferimento a Parigi, cui seguì poco dopo l’emigrazione negli Stati Uniti).

E lì comincia un’altra storia (che questo libro non ci racconta) in un altro mondo. C’è solo qualche accenno, nel libro, al fatto che Halsman era già appassionato di fotografia; ma ci sono, soprattutto, alcune descrizioni ambientali che sembrano – sono – inequivocabilmente fotografiche.

Halsman_LifePer la cronaca 1: Nonostante Halsman sia diventato un fotografo di fama mondiale (e si sia aggiudicato il record di fotografie pubblicate da LIFE in copertina), nelle sue biografie questi trascorsi processuali sono quasi sempre sottaciuti.

Per la cronaca 2: Halsman entrò a far parte dell’Agenzia Magnum nel 1951. Qui ci sono alcune note sulla sua attività e una splendida galleria di ritratti.

Per la cronaca 3: Martin Pollack: Assassino del padre. Il caso del fotografo Philipp Halsmann; traduzione di L. Vitali. 44 p., Bollati Boringheri, 2009, 22 Euro.

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